Il Padre amorevole


H. S. Martin

La parabola in Luca capitolo 15 che è conosciuta sotto il titolo di «parabola del figliol prodigo» preferisco chiamarla «la parabola dell’amore del padre» perché parla tanto del perdono di Dio.

La figura centrale di questa parabola non è il figlio; ma il padre.

Questa parabola racconta più dell’amore del padre che del peccato del figliol prodigo.

La storia del figlio perso esprime il cuore di Dio che raccoglie coloro che si sono allontanati dal cielo.

Essa è una raffigurazione della salvezza, una raffigurazione del piano secondo il quale Gesù ci riscatta dal peccato riportandoci a Dio che ci adotta come Suoi figlioli.

Certamente questa parabola non mostra ogni aspetto del piano di salvazione di Dio, ma spiega chiaramente la gioia di Dio per un peccatore che si pente.

La chiave per capire la parabola dipende dai primi due versetti iniziali del capitolo.

Nel verso 2 c’è scritto: »Costui accoglie i peccatori e mangia con loro.c.I Farisei avevano mormorato contro Gesù, essi dicevano: «Costui accoglie i peccatori».

Non riuscivano a comprendere come Egli si occupasse con passione e preoccupazione dei perduti, dei cattivi e dei peccatori. Per questo Gesù racconta la parabola che viene trasmessa a noi affinché comprendiamo la posizione di Dio nei confronti di uomini e donne peccatori.

Voglio fermare la vostra attenzione su tre verità centrali enunciate in questa parabola:

1. la potenza del peccato,

2. la povertà del peccatore,

3. la figura del salvatore.

1. La potenza del peccato

Il giovane voleva andarsene da suo padre per poter fare ciò che gli piaceva.

Un giorno decise di lasciare la casa paterna e chiese la parte del patrimonio che gli spettava come figlio.

Questa scelta è caratteristica per tutta l’umanità.

Ognuno di noi viene dominato dalla propria volontà che decide sempre di camminare sulla propria strada.

Tutta l’umanità è manifestata nel cuore di questo figliolo.

Dio dice (vedi Isaia 53:6) che: «Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via».

L’origine e la natura di tutti i peccati è il desiderio di essere indipendenti da Dio e fare ciò che più ci piace, invece che volgere lo sguardo continuamente a Dio e cercare di piacerGli.

Il giovane voleva la parte del patrimonio che un giorno gli sarebbe toccato in eredità ed il padre gliela diede.

La legge ebraica stabiliva che quando c’erano due figli, il primogenito aveva diritto ai 2/3 e il secondo a 1/3 del patrimonio familiare.

Secondo la tradizione era possibile chiedere la parte spettante del patrimonio anche prima che il padre morisse, se quest’ultimo fosse stato d’accordo.

Questo padre diede al figlio tutto quanto gli spettava, e ben presto il figlio si mise in cammino.

Dio non ci costringe ad ubbidirGli.

Se Gli giriamo le spalle e prendiamo la nostra via, Egli ci lascia andare.

Siamo noi che decidiamo del nostro futuro. Dio non ci costringerà mai a seguirLo.

Il giovane andò verso un paese lontano ed in quel luogo visse una vita mondana, ma ben presto la bella vita non poté continuare perché egli era alla fine del danaro.

Nel verso 13 si legge: «…e sperperò i suoi beni vivendo dissolutamente».

Il fratello maggiore lo accusava (verso 30) di aver speso i beni del padre con delle prostitute.

In effetti aveva vissuto una vita peccaminosa, ma presto si rese conto che il peccato inganna e che è un padrone terribile.

Coloro che seminano per la carne alla fine mieteranno per la carne (Galati 6:8).

Certamente il giovane non aveva programmato consapevolmente di lasciare e perdere la giusta via fatto che lo portò dritto a pascolare i maiali.

Il suo declino si verificò pian pianino.

Probabilmente si confortava con il pensiero che era ben in grado di giudicare dove erano i limiti.

Forse diceva tra di sé: «Godrò ancora un po’ la vita mondana e poi smetterò. Non andrò oltre le mie possibilità».

Ma ormai il peccato lo aveva tra le sue grinfie tanto che il giovane non riusciva più a liberarsene.

Si aggiunse anche la carestia e la fame in quel paese e non durò molto che cadde nella disperazione.

Chi gioca col peccato non pensa che un giorno ne potrebbe rimanere prigioniero. Al contrario inizia nel fare un compromesso dopo l’altro.

Egli dice: Voglio almeno una volta provare tutto. E lo fa con la speranza di poter vivere nuovi piaceri. Ma non ci vuole molto per accorgersi che ciò che all’inizio appariva carino, in verità è una catena che pian piano stringe la propria anima e la rende prigioniera.

La Bibbia mette in guardia riguardo l’inganno del peccato.

Il peccato è il nostro nemico più terribile.

All’inizio sembra così allettante, ma si svela presto come un veleno.

Colui che si inoltra nella terra del peccato (può essere l’amore per i soldi, un rapporto extra-matrimoniale… qualunque cosa essa sia), cadrà sempre di più sotto la potenza del peccato, come quel figliolo che si ritrova ora in un luogo pieno di miseria.

2. La povertà del peccatore

Abbiamo visto come il figliol prodigo cadde.

Ora desideriamo considerare meglio la sua condizione.

Il giovane prese con sé la sua parte di patrimonio e lasciò la sua casa.

Quando arrivò in un paese vi sperperò tutti i suoi averi e perse ogni cosa e la Bibbia dice che dovette pascolare i maiali.

Per un giudeo, questa, era una condizione molto umiliante e grave.

Quel giovane era veramente alla fine.

Nella Sacra Scrittura c’è scritto che cominciò a soffrire la fame.

Questa è la figura-tipo di ogni peccatore.

Il peccato regala per un certo tempo un pò di soddisfazione, ma ben presto porta con sé molta insoddisfazione.

Il peccato delude più di ogni altra cosa su questa terra.

Per qualche tempo il peccato fa di una persona un re, ben presto però il splendore passa e si finisce in povertà.

Questo giovane si trovava nella stalla dei maiali, stava soffrendo la fame, le sue vesti erano vecchie e stracciate e non gli era rimasto più neanche un amico.

Le feste erano finite, non aveva più denaro, non gli era rimasto più nessuno.

Il verso 16 dice: »Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava».

Amico mio, questo è il risultato del peccato.

Ogni via che prendi verso il peccato porta a questa fine.

Il peccato miete sempre povertà.

Con povertà non voglio dire solo la perdita di denaro e di cibo. Vi solo in fondo molte persone che vivono senza Dio ed hanno soldi, che hanno abbastanza da mangiare e a cui non manca nulla di materiale, eppure essi si trovano nel bel mezzo della povertà.

La fame abbraccia molto di più che il solo bisogno di cibo.

Ogni uomo in questo mondo ha un’anima vivente, l’anima umana è così grande e meravigliosa che solo Dio la può colmare.

Vi è sempre una grande fame nell’animo di ogni non credente, che solo Dio può soddisfare.

I piaceri di questo mondo non possono colmare l’anima.

La nostra anima è stata creata per l’eternità.

3. La figura del Salvatore

Ora vediamo che il giovane ha imparato la lezione.

Nel verso 17 è scritto: «Allora rientrò in sé…»

Egli vide quanto era desolata la sua situazione, iniziò a riflettere ed a entrare in se stesso.

Qualche volta Dio permette la fame, affinché siamo spinti a riflettere! Egli quindi si trovava in una situazione disperata e quando una persona arriva ad una simile condizione è costretta a prendere una decisione.

Può rivolgersi a Dio e chiedere perdono nel Nome di Gesù Cristo, oppure può continuare a vivere nel peccato ed a camminare sulla strada che porta alla perdizione.

Il figlio prodigo cominciò a riflettere.

Ricordò tutto quanto il padre possedeva a casa sua e si rese conto che i servi del padre facevano una vita migliore della sua.

Il diavolo cerca sempre di non far riflettere l’uomo, perché vuole che dimentichiate e che siate perduti.

Il significato della parola «divertimento» già mostra che si cerca di «divertirsi», cioè volgere altrove l’attenzione affinché non si rifletti su ciò che conta.

Il giovane però non smise di riflettere. Ed i suoi pensieri lo portarono ad una conclusione. Egli disse: «Io mi alzerò ed andrò da mio padre… »

Non basta solo riflettere, bisogna prendere poi una decisione ed agire.

Non sarebbe servito a molto solo riflettere e rimanere ancora in mezzo ai maiali.

Forse ci sarà qualcuno che legge quest’articolo e che ha pensato spesso alla salvezza.

Sapete cosa dovete fare, ma non avete deciso di agire.

Avete però delle buone possibilità perché sapete di aver ferito Dio, sapete che Dio vi ama, ma non avete deciso di dire: Voglio alzarmi ed andare da mio padre.

Il giovane uomo della nostra storia ritorna indietro ed il suo ritorno alla casa del padre non si può minimamente paragonare al giorno in cui partì da casa.

Le sue tasche erano piene di soldi, vestiva bene e si rallegrava pensando ai tempi che sarebbero venuti.

Il suo ritorno era tutto diverso: vestiva di stracci ed aveva lo stomaco vuoto.

Nel suo cuore c’era solo un fiammella di speranza e sperava che suo padre lo perdonasse (anche se doveva lavorare come servitore).

Poi un giorno arrivò sulla collina da dove egli poté rivedere la sua vecchia casa.

La casa era posta in mezzo alla valle e tutt’intorno regnava la pace.

Forse era l’imbrunire ed il padre sedeva sulla veranda e riposava.

Comunque, il padre vide da lontano che il figlio stava ritornando, gli andò incontro, lo abbracciò e lo baciò.

Il giovane riconobbe davanti a suo padre il suo errore e gli disse: «Padre ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio».

Voleva dire di più (voleva dire: fammi lavorare come tuo servitore!), ma il padre non lo fece finire di parlare, lo perdonò e lo volle di nuovo come figlio.

L’abito nuovo, l’anello, i sandali per i suoi piedi, questi erano tre modi di dire:
sei mio figlio.

Le scarpe simboleggiavano e confermavano il suo essere figlio e quando i servi gliele portarono e gliele misero ai piedi , il padre disse: sei mio figlio, non un servo.

La stessa cosa vale per l’anello.

L’anello non era un gioiello per le dita, ma un timbro di appartenenza, che confermava che egli era suo figlio.

La Bibbia non dice che gli fu messo un anello, ma parla della sua mano. L’anello, segno di appartenenza, diceva che lui era figlio di suo padre.

Questa è la figura del peccatore che ritorna a casa da Dio.

Se giriamo le spalle al peccato e ci dirigiamo verso Gesù, allora è bene sapere che Dio ci aspetta per salvarci e riempire la nostra vita con cose buone.

Guardate l’amore che il padre dimostra.

Il padre vide per primo il figlio che ritornava.

Egli lo vide, dice la Bibbia, quando egli era ancora lontano, ne ebbe compassione e gli corse incontro. Ciò vuoi dire che il padre ogni giorno scrutava l’orizzonte per vedere se il figlio ritornava. Faceva pensieri sul ritorno del figlio; forse guardava se tornava il figlio fin dal giorno in cui se ne andò. Quindi, quando vide in lontananza la figura del figlio che ritornava, il suo cuore si riempì di gioia.

Il padre avrebbe potuto essere irritato perché il figlio aveva speso tutto i soldi, invece nella Bibbia c’è scritto:«…corse, gli si gettò al collo, lo baciò e ribaciò».

Egli non lo baciò solo una volta, ma diverse volte.

In Greco c’è scritto che il padre lo coprì di baci.

Questa parabola ci rappresenta l’immenso amore di Dio e la sua gioia per il ritorno di un peccatore. Dio desidera ricevere ogni pèccatore che si pente e che ritorna a casa.

La Bibbia ci mostra Dio come una personalità buona, che perdona di cuore.

Egli desidera che gli uomini si pentono.

Egli desidera che non un solo uomo vada in perdizione.

La via per ritornare a casa forse è lunga, pesante, umiliante.

Questa via però si deve percorrere affinché si riconosca il proprio errore; ma egli ci aspetta e vuole ripulire il nostro cuore.

Oggi è il giorno del ritorno a casa!

Dio vi aspetta e il Suo cuore è triste.

Non ha importanza la vita che avete condotto; il nostro capitolo inizia con le parole: «…Questo sta con i peccatori e mangia con loro».

Desidero che a colui che legge quest’articolo possa essere detto: Questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato.

Amici miei, se avete girato le spalle all‘amore di Dio; se avete vissuto la vostra vita in peccato; se siete insoddisfatti della vostra vita, allora desidero per voi, che, come il giovane, ritorniate a Gesù Cristo chiedendoGli perdono per i vostri peccati.

A chiunque si pente apertamente e con sincerità, Egli darà perdono sincero e vita eterna.
H. S. Martin

tratto da «L’ARALDO DELLA SUA VENUTA»
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