…”E non mormorate come alcuni di loro mormorano, e perirono colpiti dal distruttore”… ( 1 Corinzi 10:10)


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La Chiesa di Dio è messa davanti a molti e diversi problemi.

Alcuni l’assalgono dal di fuori, altri nascono dentro di essa, nei suoi membri; mentre alcune difficoltà sono caratteristiche di un’epoca, altre compaiono in ogni generazione, è una piaga che ha demolito la testimonianza di una Chiesa in ogni epoca da quando Iddio si costituì per la prima volta un popolo per Se stesso, è il peccato della mormorazione.

Questa pratica maligna, col tempo, divenne quasi una caratteristica della “chiesa nel deserto”. Infatti in Esodo 16:2, si legge che “tutta la raunanza dei figliuoli d’Israele mormorò contro Mosè e contro Aronne” non appena dovette affrontare i problemi del suo pellegrinaggio nel deserto, malgrado la sua redenzione dalla schiavitù d’Egitto.

Frasi simili a quelle, purtroppo, sono ripetute con una regolarità deprimente nei libri di Esodo e Numeri.

Il mormorio non manca neanche nelle pagine del Nuovo Testamento.

Il nostro Signore ha dovuto subire non soltanto le critiche sussurrate dai farisei, ma anche ed almeno in due occasioni quelle dei discepoli, poiché è scritto che “mormorarono”; “non mormorate gli uni gli altri” dice Giacomo 5:9.

Quando poi studiamo la storia della gloriosa Chiesa primitiva non dobbiamo leggere molto oltre la Pentecoste per incontrare questo vecchio peccato: ” …or in quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio degli Ellenisti contro gli Ebrei…” (Atti 6:1).

Cos’è che non va bene nel mormorare?

Persino la parola stessa ci dà l’impressione di una pratica che non è consona al carattere dei “figliuoli della luce” ( 1 Tessalonicesi 5:5).

Il mormorare necessita di segretezza; è una cosa furtiva.

Gli Israeliti, dice il Salmista “mormorarono nelle loro tende” (Salmo 106:25).

Il mormorio è una piaga che raramente vede la luce del giorno. A volte, nel vangare un pezzo di terreno, viene rovesciato un grosso sasso e da là sotto, improvvisamente esposti alla luce, escono dozzine di piccoli insetti che disperatamente cercano le tenebre nelle quali hanno trascorso i loro giorni.

Il mormoratore è una creatura simile a quegli insetti.

Il mormorare inoltre non è soltanto un male in se stesso; esso abitualmente si trova in cattiva compagnia.

Due dei suoi amici più intimi sono: uno spirito scontento ed un atteggiamento di ribellione.

È stato detto che uno spirito scontento rende le labbra degli uomini come cerniere rugginose poiché di rado si muovono senza mormorare e lamentarsi. Quindi, il credente che partecipa a certe conversazioni segrete e sussurrate rivela inconsapevolmente lo stato non spirituale del suo cuore.

Dobbiamo aggiungere che poiché è furtivo e anti-spirituale, il mormorio è estremamente nocivo.

Mentre l’uomo che parla ad alta voce apertamente può anche non essere ascoltato, il bisbigliare raramente ha difficoltà ad essere ascoltato. Si trovano sempre persone che, anche se non disposte a trasmettere maldicenze, sono però pronte ad ascoltare. Il mormorio quindi può agire come il lievito e segretamente spandere il risentimento e la discordia nella chiesa, anche in quella fedele.

Qual è il rimedio per questa antica piaga?

Vinceremo il peccato del mormorare soltanto se riusciremo a riconoscerlo per ciò che effettivamente è: una pratica contraria allo spirito del Vangelo, e se nel medesimo tempo mediteremo su quelle Scritture che ci insegnano sia il segreto per essere contenti sia il dovere della sottomissione a coloro che sono da Dio preposti in autorità.

La cattiva erbaccia del mormorio, non vivrà per molto in una chiesa in cui i membri avranno imparato in Cristo le grazie dell’essere contento e dell’obbedienza.

· “Lo sprezzo alla sventura è nel pensiero di chi vive contento” (Giobbe 12:5)
· “Il cuor contento è un convito perenne” (Proverbi 15:15)

· “Per conoscere se siete ubbidienti in ogni cosa” (2 Corinzi 2:9)

· “Facendosi ubbidienti fino alla morte, e alla morte della croce” (Filippesi 2:8)

· “Ricorda loro che siano ubbidienti” (Tito 3:1)
· “Si ricorda dell’ubbidienza di voi tutti” (2 Corinzi 7:15)

Questo, comunque, non vuol dire che in una chiesa tutte le critiche devono essere maligne e non implica neanche che i credenti non possono avere un motivo giusto per reclamare, ma vuol dire che quando tali problemi nascono, anziché permettere che si aggravino in segreto e in seguito vengono bisbigliati e commentati da altri, si svelino apertamente come ci insegna la Bibbia, “bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri” (Efesini 4:25).

Non possiamo fare nulla di meglio, dopo esserci riferiti alla parola del Signore, che citare sei punti preparati da Giovanni a Carlo Wesley:

1. Non ascolteremo e neanche ricercheremo volontariamente qualsiasi male concernente gli uni gli altri.

2. Se sentiremo dir male degli altri non saremo pronti a crederlo subito.

3. Comunicheremo a voce o per iscritto, al più presto possibile, alla persona implicata. Ciò che abbiamo sentito dire di lei, (magari dopo averne parlato con gli anziani a seconda sella gravità del fatto).

4. Finchè non avremo fatto questo, non scriveremo né riporteremo neanche una sillaba a qualsiasi altra persona.

5. Fatto questo, non ne parleremo con nessuno.

6. Non faremo alcuna eccezione a questa regola, salvo se obbligati per coscienza.

Che meraviglia sarebbe se ogni credente potesse fare un patto simile con il Signore, cercando sinceramente di camminare come un figlio di luce, in ubbidienza all’esortazione biblica: “fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute” (Filippesi 2:14).

Bisogna quindi continuare a considerare e a guardare alla comunità come proposta Divina.

La Chiesa è nata per essere una comunità e la vera comunità è il più spontaneo risultato di una vera “Agape” vissuta e realizzata pienamente. Dobbiamo assolutamente guardarci da quelle cause che possono determinare il lasciare la primiera carità (Apocalisse 2:4), non solo da parte del singolo, ma di una comunità che non è riuscita a portare avanti in, alcuni momenti, quell’impulso iniziale impresso dallo Spirito Santo inteso come quell’istanza comunitaria di cui si parla in Atti 2:42-47 e Atti 4:32-55.

Tali cause sono, quanto meno, tre e riguardano essenzialmente i rapporti interpersonali che possono essere:

1. Impostati su un piano troppo umano: quando non tutti i problemi trovano una soluzione a livello di fede.

2. Impostati su elementi troppo angelicamente spirituali: quindi risultano lontano da una realtà viva a livello pratico.

3. Impostati limitatamente ad un fatto puramente religioso: solo perché chiamati a vivere, per un fatto culturale, un momento della nostra esperienza, così come si è chiamati a vivere, con altri, momenti di esperienza di lavoro o di studio.

Il problema quindi è personale prima di essere comunitario e la “crisi” della comunità e crisi di carità.

Unico rimedio è incontrare Cristo nella Parola di Dio, letta e studiata e, condizione essenziale, accettata. Al di là è ipocrisia.

Solo così la comunità potrà essere unanimità, non come costante uniformità ad un pensiero ma come apertura costruttiva nel conoscersi, nell’accogliersi reciprocamente e nell’edificarsi, potrà vivere, come momento di vita comunitaria, la confessione (intesa nel giusto senso) quale segno di maturità, come momento di verifica della nostra coerenza e della nostra corporeità organica con Cristo, potrà realizzare la comunanza dei beni ad ogni livello di classicismo e di discriminazione.

Questa è la vera testimonianza di una vera Agape!

Questa è la vera testimonianza di una vera Comunità!

Questa è la vera testimonianza di una vera Fratellanza!

Questa è la vera testimonianza di una vera e chiara Cristianità!

Voglio terminare con due domande:

a) Apparteniamo ad una Comunità o ad una semplice associazione?

b) Sentiamo il desiderio di quanto premesso?

AD OGNUNO ED A TUTTI LA RISPOSTA.

Alla gloria di Dio.
Aniello Cucco

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