ABBÀ PADRE!


31Una significativa espressione aramaica per invocare a Dio

ABBÀ PADRE!

“Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»” (Romani 8:14-15).

Premessa

Il Nuovo Testamento ci rivela che Gesù si rivolgeva a Dio con l’appellativo di Padre. Non solo, ma la comune testimonianza di tutti i Vangeli attesta pure che Gesù si è rivolto a Dio in questo modo in tutte le preghiere, con la sola eccezione del grido sulla croce: “Elì, Elì, lamà sabactàni?” cioè: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27:46).

L’invocazione era offerta dal Salmo 22:2.

L’essenziale in queste constatazioni è la dimostrazione che l’invocazione di Dio come Padre era fortemente radicata nella tradizione relativa a Gesù.

Inoltre Marco, nel racconto del Getsemani, riferisce che, quando Gesù si rivolse a Dio chiamandolo “Padre mio”, ha usato la forma aramaica “Abbà” (Marco 14:36).

La prima ricorrenza l’abbiamo però nelle lettere paoline a proposito della preghiera che il cristiano fa nello Spirito, invocando Dio con “Abbà, Padre!” (Galati 4:6; Romani 8:15).

Una assoluta singolarità

L’antico giudaismo dispone di un gran numero di invocazioni di Dio.

A titolo di esempio, la preghiera tefillà, (chiamata più tardi la preghiera delle 18 invocazioni), che già nel periodo neotestamentario si recitava tre volte al giorno, conclude ogni benedizione con una nuova invocazione di Dio.

La prima benedizione, nella forma che si può ritenere più antica suona così:

Benedetto sei tu, Jahwè,

Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe (Marco 12:26),

Dio altissimo,

Signore del cielo e della terra (Matteo 11:25)

Nostro scudo e scudo dei padri nostri. Benedetto sei tu, o Jahwè, scudo di Abramo.

Si vede qui come ad un una invocazione di Dio ne segue un’altra.

Se si volessero mettere insieme tutte le invocazioni di Dio presenti nelle preghiere riportate nella letteratura dell’antico giudaismo, ne risulterebbe un lungo elenco.

L’invocazione di Dio come Padre, invece non si trova mai nell’Antico Testamento; è vero che il grido di disperazione abinùattà (padre nostro) e abì-attà, le avvicina molto, ma si tratta di semplici dichiarazioni, non di invocazioni di Dio con l’appellativo di Padre.

Nella letteratura giudaica post-canonica l’uso di “Padre”, come invocazione di Dio, è sporadico, tipico del giudaismo della diaspora, che in questo è debitore al mondo greco.

Nell’ambito palestinese solo al tempo del primo cristianesimo troviamo due preghiere che si rivolgono a Dio con l’appellativo di “Padre”, ambedue nella forma di abinù-malkènu (padre nostro, nostro re). Ma si tratta di preghiere liturgiche nelle quali si invoca Dio come padre della comunità.

Se era quindi qualcosa di insolito che Gesù invocasse Dio con le parole “Padre mio”, la cosa è del tutto inconsueta riguardo alla forma aramaica Abbà!

Come già considerato essa è stata tramandata solo da Marco, ma due osservazioni stanno ad indicare che Gesù anche nelle altre Sue preghiere usò questo titolo di Abbà.

La prima, la tradizione dell’invocazione di Dio come Padre mostra una notevole oscillazione di forma. Troviamo infatti da una parte la forma corretta del vocativo greco Pater, alla quale Matteo ha abbinato da una parte il nome personale Padre mio, dall’altra il nominativo con l’articolo il Padre.

Particolarmente sorprendente è il fatto che in una medesima preghiera si trovano accostati Padre, il Padre, Padre mio: “In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Padre, perché così ti è piaciuto. Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre, e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo” (Matteo 11:25-27).

In secondo luogo, da Romani 8:15 e Galati 4:6, apprendiamo che l’invocazione Abbà Padre, pronunciata sotto l’azione dello Spirito Santo, era diffusa nella Chiesa primitiva e per di più Paolo non ne parla come di una formula usata solo nelle sue comunità, ma dà per scontato che questo Abbà risuonasse anche in comunità non fondate da lui, come quella di Roma (Romani 8:1 5).

L’eccezionalità di questa invocazione dimostra che essa non poteva essere che un’eco della preghiera di Gesù.

Abbiamo dunque tutte le ragioni per pensare che al Padre, Padre mio delle preghiere di Gesù fosse sottinteso in ogni caso un Abbà.

Ci troviamo quindi di fronte ad una situazione di fondamentale importanza: mentre noi non possediamo una sola prova che nel giudaismo ci si rivolgesse a Dio con Abbà, Gesù nelle Sue preghiere ha sempre usato questa invocazione, con la sola eccezione del grido sulla croce (Marco 15:34, Matteo 27:46).

Il sorprendente silenzio della letteratura giudaica di preghiera si spiega, considerando i fatti sotto il profilo linguistico. Abbà, stando alla sua origine, è una forma infantile, tanto è vero che non si declina né ammette alcun suffisso. In origine parola infantile. Abbà già nel periodo antecedente quello neotestamentario aveva guadagnato terreno nell’aramaico palestinese. Il termine aveva poi soppiantato del tutto quello aramaico e biblico-ebraico di abì sia come invocazione che come semplice asserzione ed era diventato di uso corrente per dire “suo padre” e “nostro padre.

Al tempo di Gesù da un pezzo esso non era più limitato al linguaggio dei piccini, ma anche i fanciulli già cresciuti, si rivolgevano a loro padre chiamandolo Abbà.

Ma mai come espressione di invocazione a Dio!

Se si ha presente questo ambiente vitale di Abbà, si può comprendere come il giudaismo palestinese non usi Abbà per rivolgersi a Dio.

Abbà faceva parte del linguaggio infantile, del parlare quotidiano, espressione di cortesia.

Alla sensibilità dei contemporanei di Gesù sarebbe stato irriverente, anzi impensabile, rivolgersi a Dio con questo gergo familiare.

Gesù ha osato invocare Dio chiamandolo Abbà.

Il significato dell’invocazione

La radicale novità e l’unicità dell’invocazione di Dio come Abbà nella preghiera di Gesù, mostra che essa esprime il momento centrale dei rapporti suoi con Dio.

Egli si è rivolto a Dio come un fanciullo a suo padre, con fiducia totale, piena sicurezza e nello stesso tempo con riverenza e pronta ubbidienza.

Gesù ha considerato Abbà come una parola sacra.

Quando dice ai dodici: “Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli” (Matteo 23:9), certo non vuole impedire loro di chiamare con il nome di padre il loro padre terreno. Ha piuttosto presente l’uso di chiamare Abbà persone rispettabili, religiosi, uomini anziani. E’ questo che i discepoli non devono fare, poiché sarebbe un abuso della parola.

Egli voleva che l’onore tributato dall’appellativo di padre fosse riservato a Dio solo.

La proibizione dimostra quanta importanza Gesù attribuisse all’appellativo di Abbà rivolto a Dio.

Nell’invocazione di Dio come Abbà si svela l’ultimo segreto della missione di Gesù: rivelare che Dio si era dato a conoscere a Lui come Padre: “Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo” (Matteo 11:27).

L’Abbà nella vita dei credenti

Uno dei tanti privilegi che appartiene a coloro che sono in Cristo Gesù è lo Spirito di adozione.

Lo Spirito Santo quando è entrato nella nostra vita ci ha investito dei Suoi doni, ma il dono dei doni, il dono più grande che ci ha fatto è questo: diventare figli di Dio. Quando abbiamo creduto Egli ci ha cambiati interiormente e ci ha fatti diventare figli di Dio.

Tutti quelli che sono di Cristo vengono elevati alla posizione di Figli di Dio.

Paolo ci ricorda che coloro che sono figli di Dio hanno lo Spirito che:

a. Crea in loro l’attitudine a comportarsi come tali: “Voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura “.

b. Attesta la relazione filiale: “Ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!» “.

Abbiamo ricevuto lo Spirito del Figlio, lo Spirito Santo che è in Gesù, e lo Spirito del Figlio grida nei nostri cuori: “Abbà, Padre!”.

Abbà, come abbiamo considerato, è la parola che i bambini ebrei usavano per chiamare il babbo, il papà, è l’espressione dell’intimità, piena di familiarità e di tenerezza e significa appunto: “Babbo, Papà!”.

E’ meraviglioso!

Lo Spirito Santo grida nei nostri cuori: Abbà Padre, lo Spirito Santo ci fa chiamare Dio nostro Padre, nostro Babbo, nostro Papà. Lo Spirito Santo attesta al nostro spirito, al nostro cuore che siamo figli di Dio, che veramente siamo figli di Dio.

Quando dubitiamo di questo e pensiamo che Dio è lontano da noi, che non si interessa di noi, che non ha cura di noi, lo Spirito Santo invece combatte in noi questa tentazione e ci attesta, ci ricorda, ci invita a pensare che veramente Dio è nostro Padre, che non ci abbandona mai, che ha cura di noi, che ci ama, che ci salva perché realmente siamo Suoi figli.

Quando Paolo dice che abbiamo ricevuto uno spirito da figli adottivi vuole farci comprendere che siamo entrati a far parte della famiglia di Dio, ma non nel senso delle adozioni umane perché Dio, a cui niente è impossibile, ci ha reso veramente e realmente Suoi figli. Paolo lo spiega ancora quando dice: “Perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio Suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre».” (Galati 4:6). In base a ciò l’apostolo conclude la sua argomentazione: “Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Galati 4:7).

Questo significa una cosa soltanto che, per i meriti del Signore Gesù, non siamo più sotto la legge ma, in base alla nostra fede in Cristo, diventiamo figli di Dio. Perciò siamo accettati e adottati da Lui, ed essendo figli, siamo anche eredi di Dio e possiamo accedere all’eredità celeste.

Dio non è più mio giudice ma il mio Babbo, il mio Papà!

Conclusione
L’Abbà Padre è la dimostrazione per noi di tre inestimabili vantaggi.

1. L’adozione di figli. Noi che per natura eravamo figli d’ira e di disubbidienza (Efesini 2:3), siamo diventati, per grazia, figli dell’amore.

2. lo Spirito di adozione. Tutti quelli che hanno il privilegio di essere adottati, hanno lo Spirito di adozione e sono, a tutti gli effetti, figli di Dio.

3. l’eredità. Non avviene con Dio quello che avviene tra gli uomini, dove l’erede spesso è solo un figlio. Tutti i figli di Dio sono suoi eredi. Coloro che hanno la natura di figli, avranno l’eredità di figli.

Questo è il titolo più bello per noi: sono figlio di Dio!

Posso diventare l’uomo più famoso della terra, ma il titolo più bello che nessuno mi potrà mai togliere è questo: io sono figlio di Dio e Dio è il mio Abbà!

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