Kenia: il piano di amnistia divide cristiani e musulmani


1024px-kilingili_market_thru_car_1Le tensioni tra religiosi cristiani e musulmani si stanno infiammando dopo la decisione del governo di amnistiare i giovani musulmani che accettano di denunciare il gruppo terroristico al-Shabab. I dirigenti cristiani condannano la misura.

Il 14 aprile scorso, il segretario di gabinetto del ministero dell’interno, Joseph Nkaissery, ha annunciato la misura di aministia di 10 giorni offerta dal governo ai membri pentiti del gruppo terroristico al-Shabab, a condizione che essi si arrendano e raggiungano gli uffici del governo a Garissa, Mombasa o Nairobi. Si pensa infatti che centinaia di giovani kenianbi, in maggioranza musulmani, siano stati reclutati nelle zone costiere e del Nord est di Nairobi dal gruppo al-Shabab, che ha la sua base in Somalia.

Ma la misura del governo, che interviene due settimane dopo l’uccisione di 148 studenti, in maggioranza studenti, all’università di Garissa, da parte del gruppo terroristico, divide ancora di più i rappresentanti religiosi cristiani e musulmani.

Mentre i dirigenti religiosi musulmani dicono di essere anch’essi vittime di questi attacchi, i dirigenti religiosi cristiani rinfacciano loro di non essere stati onesti nella lotta contro il terrorismo. «Abbiamo spesso steso l’altra guancia ma ora non ne abbiamo più alcuna», ha dichiarato il pastore Peter Karanja, segretario generale del Consiglio nazionale delle chiese del Kenia. «Il governo deve darsi i mezzi, e in modo urgente, di punire definitivamente e chiaramente gli autori di questi attacchi, prima che i keniani comincino a farsi giustizia da sé e entrino in una guerra di religione senza fine».

Il pastore ha fatto questa dichiarazione durante una conferenza stampa organizzata su richiesta di un ampio raggruppamento di dirigenti ecclesiastici, il forum consultivo dei dirigenti cristiani. Questi ultimi ritengono che i giovani coinvolti hanno assimilato in piena conoscenza di causa i messaggi che li incitavano a uccidere altri keniani. «Essi hanno giurato davanti a testimoni, e hanno commesso crimini in legame diretto con la radicalizzazione», ha dichiarato il pastore battista Calisto Odede. Egli ritiene che sarebbe un grave errore lasciare dei keniani accettare al proprio interno militanti accertati che non sono pentiti dei loro crimini. «L’amnistia generale non li costringe neanche a denunciare e a rivelare ciò che implica la radicalizzazione né ciò che la provoca», ha dichiarato il pastore.

Parallelamente a queste dichiarazioni, i dirigenti musulmani hanno salutato l’aministia, e hanno offerto di consigliare il governo sulla forma che questa misura dovrebbe prendere nell’ambito della giurisprudenza musulmana. Pur chiedendo che la misura di amnistia sia prolungata a 30 giorni, il Consiglio supremo dei musulmani del Kenia ha invitato tutti i dirigenti religiosi musulmani ad annunciarla nelle moschee il 17 aprile scorso.

I dirigenti musulmani auspicano la riabilitazione dei rimpatriati di al-Shabab. «L’islam permette di fare grazia in piena apertura a ogni persona che si pente e cerca il perdono, qualunque sia il torto o il pregiudizio commesso». Lo Sceicco Adan Wachu, segretario generale del Consiglio supremo, ha dichiarato: «ringraziamo il governo di concedere l’amnistia ai giovani keniani che hanno raggiunto al-Shabab».

(Traduzione dal francese di Jean-Jacques Peyronel)

Fredrick Nzwili

da:  http://riforma.it/

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