Iraq: la piccola Christine liberata dall’ISIS


Dopo circa 3 anni in mano ai terroristi dell’ISIS, la bambina cristiana irachena Christine Abada, rapita nell’agosto del 2014, ha finalmente riabbracciato i genitori.

Dopo circa 3 anni in mano ai terroristi dell’ISIS, la bambina cristiana irachena Christine Abada, rapita nell’agosto del 2014, ha finalmente riabbracciato i genitori. Coloro che sono abbonati alla nostra rivista gratuita, la ricorderanno dal numero di ottobre/novembre 2016, dove riportavamo lo stato di smarrimento e dolore dei genitori Khader e Ayda, letteralmente distrutti dall’idea di sapere che la loro bambina era in mano ai terroristi.

Aveva appena 3 anni quando fu strappata dalle braccia della mamma il giorno in cui i miliziani dell’ISIS invasero la città di Qaraqosh (pianura di Ninive), lasciando Ayda nel panico e nel terrore più totali. Molte famiglie erano già scappate dalla città, vista l’avanzata dello Stato Islamico. La famiglia Abada non si era ancora mossa a causa delle difficoltà inerenti alla cecità del papà di Christine, sperando in un trattamento più umano: speranza assolutamente disattesa. I cristiani infatti sono stati spogliati di ogni avere e caricati in pullman, ed è lì che è avvenuto il rapimento della bimba da parte di un miliziano, presa come se si trattasse di un oggetto utile.

A volte sono colta dalla paura profonda che la mia Christine possa crescere senza di me. Mi sommerge il timore di non rivederla mai più…” ci diceva mamma Ayda a settembre 2016 quando la visitammo, trovandola profondamente afflitta dalla perdita della piccola. Voci da Mosul intanto dicevano che forse Christine era ancora viva. La famiglia (papà, mamma e i fratellini Basma e Chris) è stata cacciata dalla città e vive in un campo profughi a Ashti, vicino ad Erbil (Nord Iraq).

Poi la svolta, a quanto pare per mano delle Forze speciali irachene che l’hanno liberata. Chi l’ha vista afferma che Christine sembra stare bene fisicamente, ben nutrita e vestita, potenzialmente potrebbe essere stata data in affido ad una famiglia musulmana locale durante il sequestro. Ciò che traspare anche dal video del suo ritorno a casa (che potrete trovare da domani sul nostro canale YouTube) è che non parla, non risponde alle domande e appare visibilmente frastornata. Non sappiamo cosa abbia vissuto questa bambina in mano all’ISIS. Ringraziamo Dio perché è libera, sana e riunita alla sua famiglia nel campo profughi di Ashti e chiediamo preghiere per lei.

Penisola araba: la storia che non si racconta


 Il Vangelo si diffonde nei luoghi più oscuri del pianeta. Una rivoluzione sta facendo tremare gli apparati di potere dell’estremismo islamico e i finanziatori della diffusione di un islam intollerante. Porte Aperte insieme a voi è al fianco di chi è in prima linea in luoghi come la Penisola Araba

Eccola la paura, nel cuore dell’Occidente. Un kamikaze falcia giovani vite a un concerto: Manchester, l’Inghilterra e l’intero mondo occidentale piangono e tremano. Di fronte a questo attentato terroristico e all’esultanza dei siti di estremisti islamici, la nostra preghiera va alle famiglie delle vittime e dei feriti, ma al tempo stesso vorremmo convogliare ogni tipo di paura (foriera di pensieri e azioni pericolosi) verso quella parte della storia che non viene raccontata e che il terrore cerca di oscurare.

Il mondo musulmano è scosso dalle fondamenta. Sempre più uomini e donne comuni nei paesi musulmani inorridiscono di fronte a questa scia di sangue e si pongono delle domande. Una rivoluzione sta facendo tremare gli apparati di potere dell’estremismo islamico e i finanziatori della diffusione di un islam intollerante. La luce fa breccia nell’oscurità: mai la casa dell’islam è stata così aperta e sensibile al messaggio di pace e amore del Vangelo. Testimonianze di conversioni a Cristo ci giungono dai luoghi più oscuri. L’esempio dei cristiani che decidono davvero di seguire le orme di Gesù nei luoghi più ostili del pianeta sta lasciando un segno indelebile, sta di fatto rispondendo ai quesiti dei molti musulmani confusi da quanto sta accadendo (vi ricordo che i musulmani stessi sono vittime di continui attacchi terroristici in paesi non occidentali).

Qui si mangiano la Parola di Dio“, afferma Judah (pseudonimo), collaboratore di Porte Aperte nella Penisola Araba, terra ostile al Vangelo e luogo ove vivono grossi finanziatori occulti dell’islam radicale ed estremista. “Le persone sono affamate della Parola di Dio. Vi sono sempre più cristiani coraggiosi che condividono il Vangelo con le persone. Per non parlare delle migliaia e migliaia di lavoratori dall’Asia“, continua Judah. Migliaia di schede di memoria micro SD contenenti la Bibbia in tutte le lingue utili ai lavoratori stranieri, ma anche in arabo, stanno raggiungendo migliaia di anime affamate e cambiando vite: stiamo parlando di musulmani locali oltre che di cristiani nominali da paesi come l’India, il Nepal o le Filippine.

La reazione alla violenza terroristica è quella spiazzante, folle e meravigliosa pratica cristiana del perdono, della preghiera per i persecutori e della condivisione del messaggio e dell’amore di Cristo. Ciò sta accadendo negli epicentri della violenza estremista grazie ai cristiani locali.

Hanno bisogno di noi. Stiamo al loro fianco, basta un dono minimo per equipaggiare sepre più questa rete che scardina il male attraverso il Vangelo!

Iraq: meno di 250.000 cristiani rimasti


Porte Aperte presenta oggi al Parlamento Europeo un nuovo rapporto intitolato “Comprendere i recenti movimenti dei cristiani che lasciano Siria e Iraq”, dove risulta che Il 50-80% della popolazione cristiana dell’Iraq e della Siria è emigrata dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011

A tre anni dal giorno in cui lo Stato Islamico ha assunto il controllo della città irachena di Mosul, un nuovo rapporto afferma che il 50-80% della popolazione cristiana dell’Iraq e della Siria è emigrata dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011.

L’arrivo dell’ISIS ha rappresentato di fatto solo il precipitare di una tendenza già cominciata nel momento in cui i cristiani hanno sperimentato una “perdita globale di speranza per un futuro sicuro”, secondo il rapporto prodotto dalle agenzie cristiane Open Doors/Porte Aperte, Served e Middle East Concern. Il nostro rapporto riconosce la difficoltà di produrre dati definitivi, ma prevede che la popolazione cristiana totale dell’Iraq si sia ridotta dagli oltre 300.000 del 2014 ai 200.000-250.000 attuali (molti dei quali sono sfollati interni). Fa notare inoltre che, per i cristiani che si sono stabiliti altrove, ci sono “pochi incentivi” a tornare nei loro paesi di origine. Diversi intervistati affermano che: “Il Medio Oriente non è più una casa per i cristiani“.

L’Iraq resta il centro di una battaglia terribile. “Per chi lavora in entrambi i paesi, come Porte Aperte, appare chiaro che l’Iraq abbia il futuro più incerto, per quanto appaia difficile da comprendere dall’Italia”, afferma Cristian Nani, direttore di Porte Aperte Onlus in Italia. Di fatto sconfiggere l’ISIS militarmente non assicurerà un futuro di pace ai cristiani in Iraq (come in Siria). “La comunità internazionale sembra dimenticare che la persecuzione anticristiana era elevata in Iraq ben prima della nascita del Califfato. Quando andai in Iraq anni fa, i cristiani subivano attentati, rapimenti, oppressione anche in città come Mosul, oltre che Baghdad“, continua Cristian Nani. La sconfitta dell’ISIS potrebbe riportare all’oppressione anticristiana pre-esistente, ma con il surplus negativo degli anni di violenze e morte, in cui la devastazione ha fagocitato città e villaggi, il radicalismo ha invaso tutti gli strati sociali e l’odio ha inzuppato questa terra. Senza una visione e una strategia che tenga presente della libertà dei cristiani, il futuro della chiesa è in pericolo.

La presentazione del rapporto presso il Parlamento Europeo avvenuta oggi, ha proprio lo scopo di attirare l’attenzione sulla condizione dei cristiani in Medio Oriente, oltre che proporre strumenti di controllo e protezione che gli stessi nostri fratelli e sorelle in Iraq e Siria ci chiedono per garantire loro la possibilità di ritornare e ricostruire i loro paesi.

Eritrea: ondata di 100 arresti di cristiani


Il governo eritreo intensifica la sua campagna contro i cristiani arrestandone almeno 100

Il governo eritreo intensifica la sua campagna contro i cristiani arrestandone almeno 100 nel mese di maggio (2017). Nel 2002 in Eritrea fu varata una legge che ammetteva solo le seguenti confessioni: ortodossi, cattolici, luterani e musulmani sunniti. Da questo momento in poi per i cristiani evangelici e, in particolare, per i pentecostali, la persecuzione è cresciuta: chiese sono state chiuse, credenti sono stati incarcerati, alcuni sono morti in carcere a causa di torture e patimenti. Va segnalato che persino il patriarca ortodosso è stato arrestato nel 2007 (da allora vive agli arresti domiciliari) e rimpiazzato da un altro per mano del governo. Oppositori, giornalisti, attivisti, ma anche testimoni di Geova sono stati negli ultimi anni colpiti dalla paranoia dittatoriale di questo governo (paranoia dittatoriale = fonte di persecuzione/discriminazione).

A maggio, in prossimità del giorno della festa d’indipendenza del paese, le autorità governative hanno effettuato un’ondata di arresti di cristiani in periferia di Asmara. Domenica 21 maggio almeno 49 cristiani evangelici sono stati arrestati durante una festa fatta da 2 neo sposi ventenni: anche Tedro Negel e sua moglie (gli sposi) sono stati incarcerati.

Mercoledì 17 maggio, invece, la polizia ha arrestato 35 cristiani prelevandoli direttamente dalle loro case a Adi Quala (vicino al confine con Etiopia). I poliziotti, con affianco un rappresentante ufficiale della Chiesa Ortodossa, hanno fatto visita alle case di alcuni residenti con la scusa di effettuare dei controlli; una volta dentro le case hanno accusato i presenti di partecipare a riunioni religiose e hanno chiesto loro di indicare se fossero ortodossi, cattolici, luterani, testimoni di Geova, musulmani sunniti o pentecostali. Il giorno seguente la polizia ha arrestato coloro che si erano dichiarati cristiani pentecostali. Nostre fonti ci dicono che ricerche simili sono state effettuate anche nella zona centrale del paese: qui nessun arresto ci risulta, ma i credenti locali sono molto impauriti.

Martedì 9 maggio, invece, 10 cristiani sono stati arrestati perché accusati di tenere un incontro di preghiera in una casa a Ginda, nord-est di Asmara.

Negli ultimi anni alcuni decessi (in carcere o dopo il rilascio) sono stati registrati tra coloro che sono stati detenuti. In queste carceri, torture e condizioni inumane sono state più volte denunciate da varie organizzazioni, così come l’uso dei famigerati container come celle. L’Eritrea è al 10° posto della WWList di Porte Aperte.

CYBERBULLISMO, contrastiamolo!M.Luisa


WEB VIOLENTONon è una novità, nel nuovo ambiente digitale, Internet, si è venuto a creare il nuovo fenomeno del CYBERBULLISMO. Esso è la versione digitale del bullismo, che comporta il verificarsi di situazioni in cui un soggetto denigra o umilia, a volte anche con la forza, un’altra persona solitamente appartenente al suo medesimo gruppo. Di solito nel bullismo “normale” la vittima si trova coinvolta in attacchi ripetuti diretti che prevedono aggressioni fisiche o verbali, oppure indiretti che prevedono pettegolezzi, esclusione dal gruppo, nel cyberbullismo l’aggressività ha luogo sfruttando in modo pericoloso e disfunzionale gli strumenti tecnologici e le loro potenzialità. La vittima di cyberbullismo può trovarsi al centro di attacchi diretti come: mail o SMS offensivi, messaggi lesivi su blog o forum, pubblicazione online di foto compromettenti sui principali social network quali Facebook e Youtube, oppure indiretti, non accettazione di amicizia sui profili Facebook di un gruppo di coetanei, creazione e distribuzione online di voci e pettegolezzi. Purtroppo, a chi le vuole usare in modo distorto e malvagio, le tecnologie offrono la possibilità di agire senza essere riconoscibile e nascondendosi dietro a un’identità falsa ed inventata. Questo fa sentire particolarmente vulnerabile la vittima di cyberbullismo: contrariamente a ciò che accade nelle storie di bullismo presenti nella vita reale, la vittima di cyberbullismo a volta nemmeno sa con esattezza chi è che la fa soffrire. Questo crea una situazione di impotenza e vulnerabilità che causa grande sofferenza e paura. Come difendersi? I genitori hanno una parte molto importante. Intanto insegnare ai propri figli i principi dell’educazione emotiva, insegnando a valutare le fonti e le parole che non devono intaccare la personalità del ragazzo/a. Non stare in silenzio ma denunciare queste situazioni, molti non sanno che ci sono sanzioni abbastanza pesanti per tali oppressori virtuali. Insegnare l’educazione anche per gestire i siti internet è importante. Avvedutezza e saggezza non guastano, usiamole.

Egitto: vedova perdona l’assassino del marito


La vedova di un agente di guardia di una chiesa, ucciso la scorsa domenica delle Palme, perdona l’assassino del marito.

Negli attentati della scorsa Domenica delle Palme a due chiese in Egitto, sono rimaste uccise 49 persone. L’agente di guardia Naseem Fahmi ha impedito probabilmente che il numero delle vittime fosse ancora maggiore. E’ stato ucciso nell’adempimento del suo dovere.

La vedova Samira è in lutto per la morte del marito, ma non è arrabbiata.

Sono sicura che Naseem sia stato felice di rischiare la vita per Cristo” dice Samira, vestita di nero per il lutto. Naseem era molto vulnerabile a causa del suo lavoro come guardia. “Quando ne parlammo un giorno, mi disse che sarebbe stato disposto a difendere la chiesa con il suo sangue. Domenica scorsa lo ha fatto“.

Naseem era una delle guardie della chiesa ortodossa di San Marco ad Alessandria domenica scorsa. Quando l’attentatore suicida ha cercato di entrare nella chiesa, Naseem lo ha fermato e gli ha chiesto di passare attraverso il metal detector. A quel punto l’attentatore si è fatto esplodere. Naseem non è sopravvissuto, ma con la sua azione ha salvato molte altre vite.

Naseem era padre di due figli adulti. Fra due mesi sarebbe diventato nonno per la prima volta. Ha servito la chiesa per oltre 20 anni ed è morto all’età di 54.  “Sono orgogliosa di quello che ha fatto mio marito” dice Samira, “ma la vita è diventata difficile per me dopo la sua morte. Era molto importante per me“. La vedova ricorda altre conversazioni con il marito: “Mi aveva detto che sapeva che io e i ragazzi avevamo bisogno di lui, ma sapeva anche che Dio si sarebbe preso cura di noi se gli fosse successo qualcosa“. “La vita di Naseem era in chiesa, e ora la sua vita è nei cieli. So che è in un buon posto“.

Lei ha un messaggio d’amore per gli estremisti islamici in Egitto: “Vi perdono e chiedo a Dio di perdonarvi. Prego che Dio possa aprirvi gli occhi e illuminare le vostre menti“.

Fawzy Fahmi il fratello di Naseem ha detto: “Siamo divisi tra la tristezza e la gioia. Abbiamo sentimenti contrastanti. E’ difficile esprimere ciò che proviamo. Noi viviamo tra la tristezza di aver perso mio fratello e la gioia di sapere che è andato in paradiso. Il nostro unico conforto è che egli è in un bel posto con Cristo“.

Sudan: ucciso un anziano di chiesa


Confische di proprietà, pressioni delle autorità, connivenza di forze dell’ordine e spregiudicati uomini d’affari, si aggiungono come fonti di persecuzione anticristiana in questo paese in cui è sempre più difficile vivere la fede cristiana. In una brutale aggressione muore un anziano di una chiesa di Khartoum

Fonti di Porte Aperte sul campo ci hanno informato riguardo all’accoltellamento mortale di un anziano della chiesa a Khartoum il 3 aprile 2017. Contro la volontà della Chiesa Evangelica Presbiteriana Sudanese, il governo ha imposto un comitato illegale. Dal 2013 questo comitato ha venduto le proprietà della chiesa a uomini d’affari filogovernativi.

Una delle proprietà coinvolte è la scuola evangelica di Omdurman. Il 3 aprile, i cristiani si sono riuniti presso la scuola per una protesta pacifica di 3 giorni contro l’appropriazione indebita della scuola da parte di un uomo d’affari (che è anche un poliziotto). La polizia ha arrestato tutti gli uomini del gruppo (non le donne). Poi un gruppo di circa 20 persone, compresi i membri del comitato illegale, sono entrati nei locali della scuola brandendo coltelli e altre armi e hanno cominciato a picchiare le donne. Diversi uomini della vicina Chiesa Evangelica Bahri si sono precipitati lì per cercare di proteggere le donne dalle botte. Gli uomini armati li hanno aggrediti e due membri della chiesa sono stati accoltellati. Younan Abdullah, un anziano della Chiesa Evangelica Bahri, è morto a causa delle ferite ricevute. Un secondo membro della chiesa, Ayoub Kumama, è stato curato in un ospedale vicino ed è stato dimesso. Younan lascia sua moglie e 2 figli piccoli.

Prima di questo attacco la polizia ha arrestato più volte i cristiani per proteste pacifiche nell’area della scuola, tra cui lo stesso Younan una settimana prima della sua uccisione. Durante l’attacco di lunedì scorso, la polizia era presente, ma non è intervenuta per proteggere coloro che sono stati attaccati. Gli agenti, inoltre, hanno omesso di soccorrere Younan dopo che è stato accoltellato.

Dopo la morte di Younan la polizia ha arrestato il sig. Shamshoun Hamoud, un membro del comitato illegale che è stato identificato da testimoni oculari come l’omicida di Younan. Nessuno degli altri aggressori è stato arrestato. Il funerale di Younan ha avuto luogo martedì 4 aprile presso la Scuola evangelica di Omdurman. La famiglia di Younan era presente, così come lo era l’ambasciatore degli Stati Uniti in Sudan e il secondo segretario dell’ambasciata britannica.

In Sudan cresce sempre più la pressione nei confronti dei cristiani. Le chiese affrontano continui tentativi da parte del governo o di altre entità di confisca delle proprietà e dei beni: un modo per fiaccare le comunità, unito alla pressione sociale. Il Sudan occupa il 5° posto della WWList di Porte Aperte.

Sri Lanka: chiese distrutte


Attacchi alle chiese da parte di folle aizzate da monaci buddisti irrompono in questo inizio d’anno nello Sri Lanka, paese rientrato nella WWList 2017.

Il 9 gennaio scorso una chiesa appena costruita è stata incendiata e distrutta da una folla inferocita guidata da un monaco buddista. Sin dall’avvio della costruzione del locale di culto (conclusasi il 5 gennaio), i responsabili e i membri della comunità hanno ricevuto svariate minacce dai buddisti della zona. Dopo aver presentato denuncia alle autorità locali, il pastore e la sua famiglia hanno ricevuto intimidazioni ancor più pesanti, con tanto di minaccia di morte se avesse portato avanti l’idea di costruire il locale. Oggi la chiesa è distrutta, come si vede nella foto, e la comunità appare provata.

Impressionante poi quanto accaduto in un’altra zona del paese. 12 buddisti locali, armati di bastoni, spranghe di ferro e coltelli, hanno fatto irruzione in un’altra chiesa durante un culto, costringendo 15 famiglie e altri 20 credenti presenti a uscire dal locale, per poi sfogare la loro violenza contro l’edificio, rimasto distrutto dopo l’attacco. Tuttavia questo non ha fermato questa chiesa locale, che continua a incontrarsi e a lodare il Signore sotto gli alberi vicini al locale distrutto. Il messaggio che vogliono dare è chiaro: “Potete distruggere un locale, ma non potete distruggere la Chiesa”.

Lo Sri Lanka è rientrato nella WWList di Porte Aperte quest’anno (lista dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani) e ricopre la 45° posizione. E’ uno degli esempi più lampanti del pericolo crescente in Asia del nazionalismo religioso di stampo buddista.

Myanmar: cristiani espulsi da monaci buddisti


Una famiglia è stata cacciata dal proprio villaggio in quanto cristiani. In un altro villaggio viene negata la libertà di fare culti e incontri di preghiera ad una chiesa. Alla base di queste limitazioni vi è l’opera di monaci buddisti locali indispettiti dalla presenza dei cristiani.

Il 25 gennaio scorso, una famiglia di credenti è stata cacciata dal villaggio di Apaw (stato di Shan, Myanmar o Birmania) in quanto cristiani. Oltre alla coercitiva applicazione dell’espulsione, i monaci buddisti del villaggio hanno anche fatto un pubblico annuncio attraverso gli altoparlanti del loro tempio, intimando a tutti i cittadini il divieto di comunicare con la famiglia cristiana espulsa per qualsiasi ragione.

Anche un gruppo di cristiani del villaggio di Mayang (sempre nello stato di Shan, Birmania) sono stati ostacolati a più riprese nello svolgimento dei culti in chiesa, a seguito di restrizioni imposte dai monaci buddisti del loro villaggio. Il 28 dicembre scorso i monaci assieme alle autorità del villaggio hanno anche inviato una lettera di richiamo intimando lo stop di ogni culto o servizio nella chiesa.

Trattandosi di cristiani ex-buddisti, questi credenti dei 2 villaggi succitati si trovano in grande difficoltà, poiché vengono aspramente discriminati (e addirittura espulsi dal villaggio!) e ciò mette a dura prova tanto la loro vita in generale, quanto la loro fede.

L’aumento di questi episodi mostra un altro lato del buddismo assai poco conosciuto in Occidente, ossia quella tendenza registrata da tempo della crescita di un nazionalismo religioso che scuote la stabilità sociale e infierisce sulle minoranze, in questo caso cristiane. Caso internazionale è poi quello dell’etnia Rohingya, di religione musulmana, trattata duramente dal governo birmano, all’interno della quale i convertiti al cristianesimo subiscono una doppia persecuzione: dal governo e dalla stessa società Rohingya. Il Myanmar si trova al 28° posto della WWList 2017.

Il lato oscuro del buddismo sarà il tema del nostro prossimo dossier di approfondimento.

Pakistan: in carcere a 16 anni per un “mi piace” su Facebook


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Nabeel è un cristiano di 16 anni in carcere teoricamente per aver cliccato “mi piace” su una foto. Accusato di blasfemia, pur essendo totalmente incensurato, le è stata rifiutata la possibilità di uscire di prigione su cauzione.

Il magistrato della corte di Kasur (50 km da Lahore, Pakistan) ha rifiutato il diritto di uscire di prigione su cauzione al 16enne cristiano Nabeel Masih, accusato di blasfemia. Su Facebook, il giovane cristiano avrebbe, secondo l’accusatore Akhtar Ali (musulmano), condiviso e cliccato “mi piace” su una foto della Kaaba (costruzione sita all’interno della moschea al centro della località sacra Mecca, ritenuto luogo sacro per l’islam) ritenuta diffamatoria. Arrestato il 18 settembre scorso, ora quindi non potrà uscire di prigione in un’attesa del processo che potrebbe protrarsi per molto tempo.

Nabeel è innocente, le accuse contro di lui non sono state provate” afferma Aneeqa Maria Anthony, capo dei legali che hanno deciso di seguire questo caso. I legali del ragazzo nel frattempo hanno subito minacce e intimidazioni di vario tipo. Addirittura il legale dell’accusatore ha chiaramente detto alla sig.ra Aneeqa Maria Anthony che “farebbe meglio a starsene a casa, distante da questo caso. Dovrebbe sapere che il Pakistan è uno stato islamico. Siamo tutti musulmani. La corte è musulmana. E c’è un sacco di gente qui, che voi non vedete, non contenta di voi, perché difendete un criminale, un bestemmiatore“. Tutto questo per un ipotetico “mi piace” su una foto condivisa su Facebook.

Ora, molti cristiani dell’area in cui viveva il giovane sono impauriti, temono rappresaglie dalla maggioranza musulmana, azioni purtroppo già viste in questo paese. La libertà religiosa dovrebbe essere garantita dalla costituzione del Pakistan, il quale nacque nel 1947 come stato secolare per poi diventare una repubblica islamica nel 1956. Si stima che il 95% della popolazione sia musulmana, mentre l’1,6% è cristiana (circa 2,5 milioni). La violazione dei diritti dei cristiani è continua, così come la violenza. Il Pakistan ricopre il 4° posto della WWList 2017 ed è uno dei paesi più difficili al mondo dove essere cristiani. Uno dei motivi è anche l’utilizzo malevolo della legge contro la blasfemia come arma per opprimere le minoranze in particolare quella cristiana.