“CHE GIOVA ALL’UOMO SE GUADAGNA TUTTO IL MONDO E PERDE L’ANIMA SUA”?


Domenico Modugno

Un piccolo bambino, eludendo la sorveglianza dei genitori, si mise a giocare con un vaso di grande valore e vi lasciò scivolare dentro una moneta.

Nell’intento di recuperarla vi infilò la manina, e subito si rese conto di non riuscire più a tirarla fuori.

Così chiese aiuto ai genitori, ma ogni tentativo fu vano: la mano rimaneva incastrata!

Allora si cominciò a discutere sull’opportunità di rompere il vaso, finché il padre ebbe l’idea di dire al bambino di aprire la mano e di allungare le dita.

“Non posso farlo” gridò il bambino, “dovrei lasciare andare la mia moneta!”.

Era evidente che stringendo la moneta nel pugno la mano non poteva passare attraverso la stretta apertura.

Il prezioso vaso aveva rischiato di essere distrutto a causa di una moneta che valeva molto, molto meno!

Questo racconto ci può far sorridere…

Ma non ci comportiamo forse allo stesso modo quando rischiamo di perdere la felicità eterna per non rinunciare ai piaceri di questa vita?

Quanti di noi tengono stretta la loro “moneta”!

Chiunque non vuole abbandonare i piaceri del peccato non può essere liberato dalla schiavitù del peccato e ottenere la vita eterna.

Ognuno di noi dovrebbe riconsiderare seriamente le cose alle quali, fino ad ora, ha dato più valore che alla fede in Cristo.

Che cosa mi trattiene dal confessare a Dio le colpe della mia vita e accettare il Suo perdono?

Le parole del Signore “che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua?” non devono rimanere semplicemente un detto proverbiale, ma uno spunto per una seria riflessione.

Quando Gesù parla di guadagnare tutto il mondo, il mondo intero, sta dicendo che qualunque cosa uno riesce ad ottenere in questa vita, perfino tutti i tesori del mondo messi insieme, non valgono nulla in confronto alla salvezza eterna.

Cioè, anche se l’uomo potesse ottenere tutto ciò che sogna, buona salute, vita tranquilla, approvazione e fama degli uomini, che cosa varrebbero queste cose se si dovesse trascorrere l’eternità lontano da Dio?

Purtroppo viviamo in un mondo in cui si pensa a quello che si può vedere, toccare e godere adesso, soprattutto pensando pochissimo che questa vita dura solamente un attimo alla luce dell’eternità.

Gesù ti esorta a non vivere per quello che perderai, piuttosto a vivere per quello che è veramente prezioso e che puoi conservare ora e per tutta l’eternità.

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PREPARARSI ALLA BATTAGLIA by Gary Wilkerson


David Wilkerson  3I primi sei capitoli di Giosuè descrivono la gloriosa opera che Dio compì fra il Suo popolo quando entrò per la prima volta nella Terra Promessa. Israele era stato liberato dopo quattrocento anni di schiavitù e poi dovette vagare nel deserto per quarant’anni. Ma ora il popolo si trovava al confine con Canaan, la terra in cui scorreva latte e miele che Lui aveva promesso loro anni prima.

Così l’attraversarono – e cosa successe? Giosuè si rivolse immediatamente alla generazione più giovane di uomini e li appartò per Dio. La Scrittura usa il termine “circoncidere” per descrivere la loro preparazione, ma il significato più profondo è, “Essi furono preparati” (cfr. Giosuè 5:2-7).

Perché Giosuè fece questo? Ora che avevano attraversato il fiume Giordano, dovettero affrontare le spesse e impenetrabili mura di Gerico. Nel naturale, conquistare questo nemico sarebbe stato impossibile per gli inesperti israeliti. Eppure Dio stava dicendo loro, “Io vi ho benedetti con le Mie incredibili ricchezze in questi anni recenti, ma il vostro lavoro non è ancora finito”.

In che modo si prepararono gli israeliti per questa battaglia? Essi non affilarono le loro spade e non fecero scintillare le armature. Piuttosto, la preparazione ebbe luogo nei loro cuori. Dio comandò loro di circondare la città cantando canti, pregando e aspettando Lui. Infine, fece loro alzare le trombe e dare un unico squillo. In un istante, quelle potente mura crollarono.

Giosuè e i suoi uomini allora fecero prodezze, sconfiggendo i loro nemici, ereditando territori più vasti e vedendo vittorie come mai prima. In effetti, Giosuè fece qualcosa che nemmeno Mosè aveva fatto: sconfisse trentuno re, dieci volte di più di quelli sconfitti da Mosè. Credo questa sia un’immagine di quello che il Signore vuole fare nelle nostre vite. Egli vuole portare un miglioramento decuplicato; vuole spandere il Suo Spirito in modi sorprendenti! E vuole che crediamo che Egli voglia farlo. In breve, Egli vuole che abbiamo una fede esagerata.

“E Giosuè disse al popolo: «Santificatevi, perché domani l’Eterno farà meraviglie in mezzo a voi»” (Giosuè 3:5).

SPECIALE-CULTO DI BATTESIMI E SANTA CENA NELLA CHIESA ADI DI GUIDONIA,con video culti


BATTESIMI DELLA CHIESA DI GUIDONIA

E’ con grande gioia che desideriamo rendere partecipe tutta la fratellanza che domenica 18 gennaio 2015, nella nostra comunità di Guidonia Montecelio (Rm), è stato celebrato un culto di battesimo durante il quale 2 credenti, una sorella di nome Alessandra ed il proprio figlio Antonio di 18 anni, sono scesi nelle acque battesimali testimoniando di aver accettato Gesù come loro personale Salvatore e di volerLo amare e servire per tutta la loro vita. Hanno, così, potuto realizzare ciò che è scritto nella Parola di Dio nel Vangelo di Marco 16:16Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato”. Per l’occasione abbiamo avuto la gradita visita del Pastore della comunità di Civitavecchia, Gionathan Brasiello, che, con grande amore, ci ha ministrato la Parola di Dio. Abbiamo, inoltre,  avuto la gradita presenza di credenti di altre nostre chiese e soprattutto di diversi familiari e amici per la prima volta presenti ed il fratello Brasiello ha fanno un appello alla salvezza e diversi si sono alzati per accettare Gesu’ come personale salvatore,preghiamo per loro. In questo giorno così pieno di gioia la chiesa era gremita di gente ed il nostro desiderio e la nostra preghiera è che il Signore abbia toccato ogni cuore e che tante anime possano giungere alla salvezza. Non possiamo fare a meno di ringraziare, inoltre, tutti i credenti della nostra comunità che, con grande amore, si sono disposti al servizio ed hanno, così, contribuito a far spandere il buon profumo di Cristo in tutti coloro che, ancora, non Lo conoscono. A Dio soltanto sia la lode e la gloria da ora e per sempre.

CULTO DI SANTA CENA

In una atmosfera di grande dolcezza domenica 25 gennaio 2015, abbiamo svolto il culto di Santa Cena . La presenza del Signore era reale nel ricordare il sacrificio di Gesù.IL Signore ha operato in mezzo a noi meravigliosamente tanto che al termine della riunione si sono formati diversi gruppi di credenti che uniti hanno pregato insieme lodando il nostro Signore manifestando vero amore cristiano l’uno verso l’altro. Ringrazio inoltre i fratelli  Mimmo Impedovo ed il cognato Gaetano due pastori che hanno collaborato nel porgere  ai credenti il vino e pane,simboli del sangue ed il corpo di Cristo immolato sulla croce per noi. Ringraziamo sempre il nostro Salvatore Cristo Gesu’ che ancora continua a salvare persone anche in mezzo a noi, difatti, proprio in questi ultimi tempi, abbiamo la gioia di vedere diversi, i quali sono stati toccati dall’alto. Ringrazio, ancora il Signore. A Dio solo sia la gloria.

Past.Giuseppe Tramentozzi

Corea del Nord: dopo Auschwitz non abbiamo forse detto “mai più”?


corea del nord-persecuzioni cristianiDopo 70 anni dalla liberazione di Auschwitz-Birkenau uomini e donne vengono ancora sterminati in campi di concentramento. Non avevamo detto che non sarebbe successo mai più?

Il 27 gennaio 1945 avveniva la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz in Polonia, una delle 3 strutture (Birkenau, Monowitz e appunto Auschwitz) di un complesso realizzato dai nazisti che poi servirà per lo sterminio sistematico di ebrei (e non solo). I superstiti (oltre che le documentazioni ufficiali) li descrivono come inferni in terra, sale operatorie del male, dove si partorivano malvagità inammissibili sotto forma di torture, mutilazioni ed esecuzioni. Uomini e donne, bambini e anziani venivano spogliati di ogni dignità e umanità. Identici racconti ci arrivano oggi dai sopravvissuti dei lager nordcoreani.

Vi sono vari tipi di campi e prigioni in Corea del Nord. Ogni tipo di violazione dei minimi diritti umani viene perpetrata in queste strutture. Vi sono le Colonie penali per prigionieri politici (kwan-li-so), le Strutture detentive a lungo termine (Kyo-Hwa-so), leStrutture penitenziarie di lavoro forzato (jip-kyul-so), le Brigate mobili di lavoro forzato (Ro-dong-dan-ryeon-dae) e i Centri di detenzione e interrogatorio (Ku-ryu-jang). Dentro queste strutture si esercita l’arte affinata del male assoluto. E dentro queste strutture si stima languano tra i 50.000 e i 70.000 cristiani nordcoreani, incarcerati a causa della loro fede in Gesù.

Questi campi dell’orrore esistono anche oggi: non avevamo detto che non sarebbe successo mai più?

Porte Aperte lavora in mezzo a questo inferno e vogliamo senza esitazioni chiedervi di sostenerci nel difficile compito di:

1) essere la voce di chi voce non ha: sono anni che denunciamo quanto sta accadendo in Corea del Nord e siamo felici che negli ultimi mesi il mondo stia aprendo gli occhi di fronte a questo orrore, ma c’è ancora tanto da fare;

2) sostenere migliaia di nordcoreani: Porte Aperte lo fa da tempo e in vari modi, tutti difficili e pericolosi a causa del regime nordcoreano.

Possiamo rimanere in silenzio mentre fratelli e sorelle vengono torturati e uccisi in questi campi?

Arabia Saudita: prega per i sauditi


Iraq_Escape_from_Mosul_foto_Christian_AidUn tempo di preghiera per le difficili condizioni dei credenti in Arabia Saudita. Di seguito alcune notizie, che sono anche soggetti di preghiera per questo paese, da anni ai primi posti della WWList.

E’ un giorno particolare oggi: in molti nel mondo pregano per l’Arabia Saudita(sempre ai primi posti della WWList) e soprattutto per i cristiani di quel paese, sostanzialmente costretti a vivere la loro fede in clandestinità. Vi proponiamo una serie di soggetti di preghiera per questa nazione.

Ci sono migliaia di cristiani africani, asiatici e occidentali che vivono e lavorano in Arabia Saudita. Molti di questi lavoratori stranieri (specie africani e asiatici) sono esposti a sfruttamento fisico ed economico da parte dei loro datori di lavoro sauditi (moderne forme di schiavitù). Preghiamo per questi uomini e donne stranieri in terra saudita che possano mostrare amore ed essere luce in un paese dove non vi è libertà di fede (se sai l’inglese vedi questo video)

Il 5 settembre scorso la polizia saudita ha fatto irruzione in un incontro di cristiani asiatici nella città di Khafji (confine con Kuwait): circa 30 cristiani sono stati arrestati, la maggior parte rilasciati più tardi, mentre il pastore e gli anziani solo alcuni giorni dopo.Preghiamo per questi fratelli e sorelle, spaventati e sotto pressione.

Preghiamo per i credenti i cui coniugi non sono cristiani. Ci sono musulmani che si avvicinano alla fede cristiana e si trovano davanti al bivio di parlare o meno di questo al proprio coniuge. Alcuni lo fanno e sperimentano opposizioni, rigetto e abusi.Preghiamo che loro possano dimostrare un profondo cambiamento e che questo induca i loro cari a voler conoscere di più Gesù (se sai l’inglese vediquesto video).

Riceviamo testimonianze di musulmani sauditi che hanno sognato Gesù e da lì hanno iniziato una ricerca personale. Preghiamo che questi sogni possano aumentare e che sempre più persone possano conoscere Gesù.

Preghiamo per i bambini di cristiani sauditi, che crescono in due mondi contrapposti: a scuola imparano l’islam e la cultura della nazione, mentre a casa imparano di Gesù e della Bibbia. Se qualcuno viene a conoscenza della fede della loro famiglia, possono incorrere in persecuzioni di vario genere.

Pregate per gli ex musulmani convertiti al cristianesimo che possano trovare comprensione e accettazione attorno a loro, in particolare dai capo famiglia poiché questi padri musulmani sono coloro che possono fare la differenza per i neocristiani tra l’essere perseguitati o sperimentare un minimo di libertà e accettazione.

Abbiamo qualche buon contatto con singoli uomini, ma è difficile averne con famiglie intere”, ci racconta un credente dall’Arabia Saudita. Preghiamo affinché possano esserci famiglie intere, unite, ad avvicinarci al Vangelo, affinché possano essere una testimonianza compatta dell’amore di Gesù nel loro difficile contesto sociale.

IL TEMPO


16 (1)

(Leggendo il Salmo 90)
Il corso della storia, di quella generale come di quella più nostra e personale, è legato al concetto di tempo e di eternità. Ognuno di noi ha un passato, vive un presente ed è in attesa di un futuro. Perciò non possiamo vivere senza pensare al tempo: in questa prospettiva ci è di grande aiuto la riflessione sviluppata da Mosè in questo Salmo nel quale egli collega il nostro tempo a Dio e all’eternità.

Il problema del tempo

“Rifugio di età in età” (v.1).
Mosè riconosce che la grazia, la misericordia, la protezione di Dio verso il popolo e verso il singolo non sono venute mai meno. Età del popolo (generazioni). Età del singolo (anni e periodi della vita)

“Da eternità a eternità Tu sei Dio” (v.2).
L’eternità viene enunciata come fosse suddivisa in due parti: al centro di essa sta il tempo della creazione che ha un inizio ed avrà una fine, ma che non condiziona l’ eternità in quanto vi è compreso e tanto meno l’autorità del creatore che era, è e rimane Dio, l’unico Dio.

Le affermazioni del salmista introducono il problema del “tempo” che cercherò di analizzare per sommi capi.

Nella Bibbia tempo ed eternità sono categorie che servono a dare un’idea del corso della storia.
La lingua greca ha a sua disposizione diversi vocaboli per esprimere i vari aspetti del tempo. Il più comune è :

1) AION, (eone) che significa anzitutto un lungo spazio di tempo. Se si riferisce al passato indica l’antichità remota oppure il tempo antico; se si rifà al futuro, aion può indicare l’eternità.
ETERNITÀ non è un concetto vago e sradicato, ma l’idea più completa di tempo, acquisita con l’esperienza. Dal punto di vista teologico l’eternità del tempo si addice a Dio creatore, mentre la provvisorietà è tipica dell’uomo, in quanto creatura.

2) CHRONOS, che indica per lo più la estensione lineare e quantitativa del tempo, lo spazio di tempo, la durata (tipico della concezione formale e scientifica). In questo contesto si collocano i concetti che esprimono uno spazio definito di tempo: anno, mese, giorno, ora, ecc.

3) KAIROS è il tempo definito dal punto di vista del contenuto, che, negativamente significa la crisi e positivamente l’occasione, la possibilità. Gli avverbi “ora” e “oggi” esprimono una concezione lineare del tempo nella sua attualità e nel Nuovo Testamento sono usati in senso qualificante, devono essere quindi raggruppati con Kairos.
È assai significativo che nel Nuovo Testamento, al tempo di Gesù, ha maggior importanza il concetto kairos, dal punto di vista del contenuto, che non il concetto formale chronos.

Sarebbe troppo lungo, anche se interessante, verificare la metodologia d’uso dei vari termini fatta dagli scrittori dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento legati ai vari concetti di tempo; mi limiterò ad alcuni accenni essenziali:

Innanzitutto l’orante Mosè sottolinea per sé stesso e per gli ascoltatori il concetto di brevità e caducità della vita evidenziando il rapporto di Dio eterno con il tempo: mille anni come un giorno!
Questa realtà suggerisce anche la capacità di Dio di “vedere”, come con gli occhi, i contenuti di mille anni, vale a dire tutti gli avvenimenti e tutti i sentimenti anche nascosti di tutti gli uomini!
Paolo dirà in seguito che Dio sottoponendosi ogni cosa sarà anche ogni cosa in tutti (1Co 15:28); il suo disegno di grazia e di salvezza si concretizzerà totalmente in un tempo (kairos) prestabilito ma fino ad oggi sconosciuto ad ogni creatura.

Ciò era ovviamente sconosciuto a Mosè al quale non era neppure rivelato il tempo ed il momento dell’intervento di Dio nella storia mediante Gesù Cristo; egli infatti invocava: “Ritorna Signore; fino a quando? Muoviti a pietà…saziaci della tua grazia” (vv. 13, 14).
Il profeta, il condottiero che aveva parlato con Dio, che aveva ricevuto la Legge mediante la quale aveva ammaestrato e condotto il suo popolo, sentiva profondamente l’esigenza del continuo intervento divino nella storia del suo popolo e sua personale; dirà Pietro:
“Intorno a questa salvezza indagarono e fecero ricerche i profeti, che profetizzarono sulla grazia a voi destinata. Essi cercavano di sapere l’epoca (il tempo) e le circostanze cui faceva riferimento lo Spirito di Cristo che era in loro…” (1P 1:10, 11).

Animato da quest’ansia Mosè preannuncia, invocando, l’intervento di Dio chiedendosi e chiedendo quale sarà il tempo (kairos) della sua azione. Questa azione si manifesterà in Gesù Cristo: Paolo dirà: “…quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò Suo Figlio…” (Ga 4:4).
Con la vita, ma soprattutto con la morte di Gesù, è scomparso il vecchio eone e con il nyn kairos, il tempo presente della vera giustizia di divina (Ro. 3:26) ha avuto inizio una nuova epoca.
In questo passo Paolo ci fa comprendere che il tempo passato, il vecchio eone, i tempi antichi, il successivo tempo della legge corrispondono in fondo al “tempo della sua pazienza”; una pazienza che ha anch’essa un termine nel tempo, vale a dire che l’eternità di Dio comprende il tempo in senso dinamico, cioè che Dio Eterno agisce nel tempo della Sua creazione: ha pazienza ma non una pazienza illimitata, ha anch’essa un termine che sfocia nella Giustizia, una giustizia sul peccato mediante l’espiazione compiuta da Gesù Cristo e che si estende come Salvezza verso tutti coloro che hanno fede in Lui.
Il tempo passato, il vecchio eone è chiamato anche il tempo della promessa, di un patto di anticipazione il cui segno era costituito dall’arcobaleno nel cielo (Ge 9:11-17) che preludeva “al proposito e alla grazia fatta in Cristo fin dall’eternità che è stata ora manifestata con l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il vangelo” (2Ti 1:9, 10).

Queste affermazioni ci introducono nel concetto di eternità, di ciò che è eterno, aionios, che indica una qualità della vita : essa non avrà fine perché appartiene a Cristo, che è la vita: “Io sono la via, la verità, la VITA” (Gv 14:6); e non cesserà nonostante la morte del corpo.

Da osservare che nel Nuovo Testamento non si parla di una morte “eterna” ma di fuoco eterno e simili, perché il concetto di eternità è così intimamente legato alla vita, che anche la negazione della vita eterna è considera una rovina “vissuta”. Anche in questo caso eternità è un periodo di tempo infinito, vissuto coscientemente fino in fondo (Da 12:2, 3).

Da tutto ciò consegue che il tempo della salvezza non si è concluso con la morte di Gesù; se è vero che il tempo intermedio o tempo centrale è soprattutto quello nel quale lo “sposo” visse tra i suoi (Mr 2:19; At. 1:21), è altrettanto vero che avendo egli stesso parlato chiaramente di una fine del mondo non lontana (Mt 24) insediò così tutti i credenti in un intervallo di tempo che si estende dalla sua pasqua fino alla sua apparizione (parusia).

Cuore saggio

Mosè, nella sua preghiera, ci richiama a questo tempo dicendo:
“Insegnaci dunque a contar bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio” (v. 12).
La consapevolezza dell’eternità acquisita con la fede in Cristo non deve farci dimenticare che il tempo della vita che ci è dato in questa terra in questo tempo appartengono anch’essi all’eternità di Dio pur nella loro caducità e brevità.

Il nostro tempo è il tempo della Chiesa, (Kronos) il tempo della testimonianza il tempo dell’opera dello Spirito, il tempo della responsabilità e della obbedienza dei credenti.
Significative sono le parole con le quali Pietro esorta i credenti a comportarsi con timore “durante il tempo del loro pellegrinaggio” (1P 1:17).
Il pellegrinare conferisce l’idea di una partenza e di un cammino per raggiungere una mèta. La mèta per la nostra vita l’ha raggiunta Cristo, noi dobbiamo raggiungere la mèta del nostro tempo, dei “nostri” giorni in coerenza alla nuova vita che ci è stata donata.
Ancora Pietro esorta i credenti a “consacrare il tempo che resta da vivere nella carne, non più alle passioni degli uomini, ma alla volontà di Dio:”basta con il tempo trascorso a soddisfare la volontà dei pagani” (1P 4:2, 3).
Per il credente ogni dovere si fonda sull’essere.
Siamo santi: dobbiamo santificarci.
Abbiamo ricevuto lo Spirito: dobbiamo camminare secondo lo Spirito.
Siamo redenti, liberati dalla potenza del peccato: dobbiamo combattere contro il peccato.

Poiché il credente sa di camminare tra la resurrezione di Cristo e la sua parusia, fra il compimento già verificatosi della “morte alla legge mediante il corpo di Cristo” (Ro 7:4), e quello finale che non ha ancora avuto luogo, sa anche di essere stato reso capace mediante “la legge dello spirito della vita in Cristo” (Ro 8:2) di vivere questo tempo come adempimento del comandamento della legge portando frutto a Dio (Ro 8:4; 7:4).

Ciò ci impegna quotidianamente in ogni momento, in ogni ora, in ogni tempo ad attuare la volontà di Dio come parti singole del corpo di Cristo secondo i doni ricevuti ed a riconoscere i tempi e le situazioni nelle quali la Chiesa è coinvolta.
“Contare i nostri giorni” ammaestrati da Dio, secondo la preghiera di Mosè, rende possibile l’attuazione di questo cammino con “cuore saggio”.

Opera e gloria di Dio

Mosè diceva ancora:
“Si manifesti la tua opera ai tuoi servi e la tua gloria ai loro figli” (v. 16).
L’opera di Dio è sovente sotto i nostri occhi ma non sempre la sappiamo vedere.
Secondo un principio invalso nella società che ci circonda che promuove continuamente la semplificazione dei problemi riducendo i contenuti di ogni materia in sintesi succinte, che alle analisi attente preferisce gli slogan o le parole d’ordine, anche nelle chiese si tende sempre di più a filtrare la realtà che ci circonda secondo schemi semplificati, che danno sovente per scontato ciò che non lo è; se poi gli stessi vengono fatti coincidere con la “verità” e la “volontà” di Dio e sulla base degli stessi ci si esercita nel tentativo di svelare le astuzie dell’avversario è facile commettere errori anche gravi di valutazione che sono inevitabilmente seguiti da azioni non congruenti con la “vera” volontà di Dio.
Mosè, che ha ricevuto e promulgato la “Legge”, con la sua invocazione di ottenere un “cuore saggio” dimostra che, nonostante l’importanza della vocazione e del compito assegnatogli, sente la necessità di essere continuamente illuminato da Dio sia per amministrare la propria vita personale come per adempiere il mandato di condottiero e profeta del suo popolo.
Egli non pensa e non si comporta come un “dogmatico” intransigente e tanto meno come uno esaltato, bensì come autentico collaboratore di Dio, consapevole dell’ esercizio dell’ umiltà e della misericordia verso il suo popolo.
A queste condizioni Mosè sa di poter legittimamente richiedere che l’opera di Dio sia rivelata a quelli, come lui, che lo servono e così di seguito anche ai “loro figli”.

L’opera di Dio, che Mosè supplica diventi manifesta, è, che nel giudizio di Dio, diventi visibile ed efficace la sua volontà di grazia e si riveli così la sua gloria alla generazione presente ed a quella futura.

Come ultimo desiderio e in giusto riconoscimento che, senza la benedizione di Dio l’opera dell’uomo resta inutile, Mosè chiede: “rendi stabile l’opera delle nostre mani”.
Egli contempla la vita dal lato divino: la grazia divina è la sola che conferisca contenuto alla vita e stabilità all’opera dell’uomo.

Ciò rimane valido anche nel tempo presente; tempo di grandi afflizioni e di grandi stravolgimenti dove tutto avviene all’insegna dell’instabilità e della provvisorietà.
Tutto il mondo è scosso da convulsioni in una contemporaneità che si manifesta sotto il segno dell’inevitabilità che stordisce le menti ed i cuori; ne consegue insicurezza e paura, quindi domanda variamente articolata di pace e sicurezza.

In questo contesto dove Dio è, sì, invocato ma poco o per niente obbedito, l’avversario propone le “sue” soluzioni che sono “normalmente” seducenti ed utilizza ogni mezzo e canale per impossessarsi della mente e del cuore dell’uomo anche del credente; dirà infatti Gesù: “sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se possibile, anche gli eletti” (Mt 24:24).

Il cristianesimo è carente di spirito di profezia, per questo le chiese oscillano fra esaltazione e paura, ottimismo e pessimismo.
Nell’Occidente “cristiano” la paura è ormai la compagna e cattiva consigliera delle nazioni.
Anche le chiese ne sono determinate: paura di perdere comode posizioni cui consegue l’ansia di acquisirne altre incrementando sempre di più la propria influenza.

Il cristianesimo ormai trasformato in “civiltà” ricca di “conoscenza” e di “valori” si esprime attraverso confessioni e chiese che sono sempre più alla ricerca anche della ricchezza economica e finanziaria, il che dimostra la loro intrinseca debolezza e fragilità di fede.

Non a caso nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, nei primi capitoli viene ripetuto: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alla chiese” (Ap 2:7, 11, 17, 29; 3:6, 13, 22). In modo particolare alla chiesa di Filadelfia viene detto: “Pur avendo poca forza, hai serbato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome… tieni fermamente quello che hai” (Ap 3:8, 11).

In questo giudizio dobbiamo riconoscerci e seguire l’esortazione con fermezza e vigorosa fiducia evitando la trappola della ricchezza di denaro e di potere in cui buona parte del cristianesimo è caduta (Ap 3:17); solo così “l’opera delle nostre mani”, per Grazia Sua, risulterà stabile e duratura.

ATTI DI LODE


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“Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregavano e cantavano inni a Dio;

e i prigionieri li udivano” (Atti degli Apostoli 16:25).

Che splendore meraviglioso aleggia sulla storia della pentecoste.

Lo Spirito di Dio si rivela in maniera imponente; gli apostoli si presentano sulla scena con grande gioia; la gente confluisce a migliaia e molti credono.

La gioia del giorno di Pentecoste, emanata dagli apostoli in maniera particolare, non era per niente scontata. Infatti gli apostoli erano persone svantaggiate nella vita e reduci dall’evento della crocifissione di Gesù.

Ah, non oso immaginarmi da quali angosce fossero tormentati a vedere il Redentore appeso alla croce. E anche quando, dopo la Sua resurrezione, ancora non sapevano se fossero stati respinti definitivamente o se il Signore li avrebbe accolti e si sarebbe servito di loro un’altra volta.

Avevano alle spalle molte sofferenze e anche esteriormente erano dei poveretti.

Due volte si dice in relazione alla vita di Pietro: “Abbiamo pescato tutta la notte, ma non abbiamo preso niente”.

Mi piacerebbe vedere un occidentale disposto a fare per due volte un turno di notte senza guadagnare niente.

Di sicuro non ce ne sarebbe neanche uno.

Gli apostoli venivano dalla povertà, dall’angoscia e dalla disperazione. E davanti a loro si apriva una vita di persecuzioni che nella maggior parte dei casi sarebbe sfociata nel martirio.

E’ del poeta comunista Bertolt Brecht la seguente citazione dall’Opera da tre soldi: “E gli uni sono nel buio, gli altri nella luce”.

A giudicare dalle apparenze, gli apostoli erano fra quelli nel buio.

Bisogna ricordare i retroscena per capire quanto sia miracoloso che essi si presentino alla Pentecoste con una tale gioia da invogliare tremila persone a diventare cristiane.

Amici miei, nel libro di Giobbe si trova un versetto a me particolarmente caro, che già da un punto di vista formale è pura poesia. Dice: “Dio, il mio Creatore, che nella notte concede canti di gioia”.

In senso figurato, gli apostoli rappresentavano delle persone che si trovavano “nella notte”.

Ma il giorno della Pentecoste, il loro cuore traboccava di gioia nel Signore, per così dire, “sprizzavano gioia da tutti i pori”.

Lo Spirito di Dio produce “canti di gioia nella notte”.

Ci sono molte altre persone che vivono nella notte, persone misere, malate o sole. Ma ascolta: Dio non vuole limitarsi a sentire i tuoi gemiti, attraverso lo Spirito Santo Egli vuole operare nel tuo cuore in maniera tale che tu possa lodare: “Dio, il mio Creatore, che nella notte ispira canti di gioia”.

Ciò può accadere, come allora a Gerusalemme, in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni cuore.

Adesso, dalla storia della Pentecoste trasferiamoci in spirito a Filippi, analizzando il testo con questo filo conduttore:

«Dio, il mio Creatore, che nella notte concede canti di gioia».

1. La notte

Mentre Paolo e il suo amico Sila erano in prigione, era notte sia dentro che fuori.

Il Signore aveva portato Paolo in Europa con una chiamata molto chiara.

Che momento quello in cui i due uomini avevano posto il piede sul suolo dell’Europa!

La prima città nella quale vengono condotti è Filippi.

Là proclamano il loro messaggio: Dio ha squarciato il cielo, ha mandato Suo Figlio, che è morto per te sulla croce e ti ha riscattato dalle potenze delle tenebre.

Gesù è risuscitato e tu hai il privilegio di potergli appartenere…

Quel messaggio provoca subbuglio.

Il popolo si getta addosso a Paolo e Sila che vengono trascinati davanti alle autorità.

Queste ultime volevano proprio tornarsene a casa dopo una giornata di lavoro, saranno mancati dieci minuti alla fine del servizio.

I funzionari dicono: “Per oggi basta! ”.

Il pretore comanda: “Flagellateli e gettateli in prigione. Domani riprenderemo”.

Paolo e Sila vengono flagellati.

La flagellazione romana era una cosa terribile: alle fruste erano intrecciati dei pezzi di ferro, così che la schiena colpita veniva dilaniata.

Coperti di sangue, i due vengono consegnati al direttore del carcere, che probabilmente era un ufficiale romano in pensione. Quello sbatte i tacchi: “Obbedisco!”, e getta subito Paolo e Sila nella cella più nascosta.

Sarà stato un buco!

Il carceriere mette i loro piedi nei ceppi.

Personalmente non so neanche io che razza di strumento di tortura fosse questo ceppo, ad ogni modo un supplizio crudele.

E così i due si ritrovano nella cella buia, sarà stato fra le sei e le sette di sera. Forse l’acqua gocciolava dai muri e i topi correvano sui piedi dei prigionieri.

Non si sa nulla di loro, finché troviamo scritto: “Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregavano e cantavano inni a Dio”.

Ora vi chiedo: Che cosa avranno fatto i due uomini dalle sei di sera alla mezzanotte?

Sicuramente si erano trovati in una grossa prova: non solo fuori era notte, ma anche dentro di loro.

Nessuna venga a raccontarmi di essere un cristiano e di non sapere niente di queste notti della prova.

Mio nonno disse una volta ad un anziano fratello che aveva un viso molto malinconico: “Ehi, i cristiani hanno gli occhi luccicanti!” Al che l’interpellato rispose: “Non posso sorridere, mentre spiritualmente devo morire, mentre sono nella prova”.

Vorrei cercare un po’ di approfondire la prova di Paolo, perché ritengo che noi veniamo a trovarci in prove simili alla sua.

Su Paolo si abbatte la domanda: “Come può Dio permettere tutto ciò? E’ stato Lui a chiamarmi qui, ed è Lui che sto servendo. Sicuramente vuole che il Suo messaggio venga annunciato. E ora ci fa frustare a sangue e chiudere qui dentro. Come può Dio permetterlo?!”

Amici miei, io avevo due figli. Dio me li ha presi entrambi e su di me si è abbattuta la domanda: Perché lo fa?

Una tale domanda viene posta spesso in maniera superficiale, ma può anche provenire da esperienze di sofferenza e diventare una prova per i cristiani.

Poi certamente in Paolo divampava una forte ira.

Niente può colpire più duramente un uomo del dover sopportare un’ingiustizia senza potersi opporre.

Paolo era cittadino romano e in quanto tale apparteneva ad una classe privilegiata: non poteva essere flagellato. In quel momento, con la flagellazione sperimentò di persona l’ingiustizia del mondo; ed era impotente.

Ma non solo l’ira può essere una prova, una tentazione: possono sopraggiungere anche gli istinti carnali, l’ostinazione, l’invidia. In fondo, il vecchio uomo è ancora qui. E se ci rendiamo conto di come ci distruggiamo, quando il vulcano esplode… ecco, questa è una prova.

Anche l’eccessiva preoccupazione può diventare una prova, una tentazione.

Paolo aveva appena iniziato il suo servizio a Filippi.

Che cosa ne sarebbe stato allora delle persone risvegliate, della piccola chiesa?!

Quanto ciò possa essere vero, lo sappiamo in particolare noi persone anziane, i giovani la prendono più alla leggera.

Quando i miei figli si sono sposati, ho pensato: adesso avremo un po’ di respiro, baderanno da soli a se stessi.

Ma non è stato così.

Ora squilla il telefono ininterrottamente: qui c’è un nipotino malato, là è successo qualcos’altro.

Appunto, delle preoccupazioni non ci si libera mai.

Forse anche fra noi, oggi, ci sono alcuni che stanno annegando in un mare di preoccupazioni.

Paolo dovette certamente affrontare un’ulteriore prova: la paura degli uomini.

Davide era sicuramente un grande guerriero, ma anche lui una volta disse: “Non voglio cadere nelle mani degli uomini”.

Nel Terzo Reich ho sperimentato questo un paio di volte.

È terribile quando uno viene assalito dalla paura: “Che cosa mi faranno?”.

E sei in balia degli altri senza possibilità di difesa!

Ma la prova più difficile di Paolo fu rappresentata di sicuro dal dubbio atroce: “Il Signore mi ha rigettato e non vuole più che io sia suo servo?”.

Paolo era sì certo della sua salvezza, ma lo tormentava il pensiero: Forse Dio non potrà più utilizzarmi per il suo servizio?

Sono un suo strumento che ora getta via?

Ecco la notte nel cuore di Paolo!

Forse anche tra di noi c’è qualcuno che si trova in una oscurità simile.

Un pastore anziano di una grande città sa che ognuno ha i suoi problemi oscuri, le sue sofferenze e angosce che non può raccontare a nessuno.

Nella Bibbia, nel Salmo 34, si trovano delle parole formidabili: “L’Eterno è vicino a quelli che hanno il cuore rotto”.

Così il Signore era molto vicino a Paolo, anche se l’apostolo in quel momento non lo sentiva.

2. Canti di lode

Verso mezzanotte, la situazione era completamente cambiata.

La cella buia si era trasformata in un tempio di Dio, dal quale si innalzavano dei canti di gioia. Un canto di lode tanto potente che i carcerati lo sentivano.

È interessante notare che in realtà proprio niente era cambiato: la schiena flagellata continuava a far male esattamente come prima, i piedi erano ancora imprigionati nei ceppi, gli apostoli si trovavano nelle mani degli uomini come prima; eppure, tutto ad un tratto, ecco risuonare dei canti di gioia!

Ed ecco il segreto: nei loro cuori era avvenuto un cambiamento.

Spesso pensiamo che tutto andrà bene quando la pressione dall’esterno scomparirà, che tutto andrebbe bene se avessimo 50 euro in più e cose del genere.

No!

La prova se ne va quando è dentro di noi che avviene il cambiamento.

Sono diversi giorni che preparo questa predicazione. Nel farlo, sono stato scosso fin nel mio intimo da quei canti di lode risonanti nella notte buia dall’orribile cella di filippi.

Vorrei veramente farvi capire che cosa significhi un tale canto di lode.

Nell’Apocalisse, al capitolo 5, ci viene illustrata una scena meravigliosa: a Giovanni vengono aperti gli occhi sul mondo invisibile. Vede strani esseri viventi intorno al trono di Dio. Vede i 24 anziani e poi li vede, che cosa incredibile!, gettare le loro corone nella polvere, davanti al trono di Dio. È lì che comincia la lode, la lode in cielo.

Improvvisamente c’è una pausa e Colui che siede sul trono tiene in mano un rotolo con i Suoi piani. In tutto il cielo viene chiesto: Chi è in grado di aprire il rotolo e portare a compimento i piani? Silenzio assoluto. Nessuno può farlo. A Giovanni sgorgano le lacrime dagli occhi. “Non c’è proprio nessuno che ne sia capace?” Un angelo lo consola; “Non piangere! C’è qualcuno, il Forte, l’Eroe, il Leone di Giuda”.

Ora Giovanni attende ansiosamente di scoprire chi sia questo forte Leone di Giuda. Io me lo immagino così: le schiere di angeli si aprono ed ecco in piedi davanti al trono… un Agnello con una ferita mortale! Gesù, sacrificato per noi!

Ciò che segue posso solo leggerlo parola per parola (Apocalisse 5:11-13): “Quindi vidi e udii la voce di molti angeli intorno al trono, agli esseri viventi e agli anziani; il loro numero era di miriadi e di migliaia di migliaia, che dicevano a gran voce: Degno è l’Agnello, che è stato ucciso, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione”.

Un canto di lode nei luoghi celesti!

E a quella imponente adorazione si mescola la voce proveniente dal carcere buio, dalla notte.

La nostra lode, mici miei, si aggiunge sempre a quella grandiosa lode celeste di Dio.

Abbiamo ascoltato come Paolo si unì ai canti di lode celestiali, e ora ci chiediamo:

3. Come ci è arrivato?

Nella mia vita ho fatto la conoscenza di buie celle di prigione, non quella della giustizia penale ordinaria, ma quelle delle inquietanti carceri del servizio segreto di Stato.

…e so che cosa sono i momenti di oscurità e di prova.

…ma ho sperimentato anche come si arriva ai canti di lode.

Perciò, per una volta vorrei raccontarlo, a titolo di testimonianza: “Verso mezzanotte Paolo e Sila, pregavano…”, significa che la prova era finita nel momento in cui i due erano stati di nuovo in gradi di pregare. Prima erano stati immersi in una tale oscurità, che la preghiera non era più possibile per loro.

Paolo ha espresso tale esperienza in Romani 8: noi possiamo venire a trovarci nella situazione in cui non sappiamo più come dobbiamo pregare. Ma quando i figli di Dio sono così prostrati, lo Spirito Santo prega per loro.

“Ma lo Spirito stesso intercede per noi con sospiri ineffabili”.

Poiché lo Spirito Santo intercedeva per lui, verso mezzanotte Paolo era di nuovo in grado di pregare.

Posso immaginare come abbia pregato.

Prima aveva chiesto: “Come può Dio permettere tutto ciò?”

Ora pregava: “Signore, non voglio neanche sapere perché lo fai. Non voglio neanche chiedere che Tu cambi la situazione. Ma vorrei tornare a vedere la Tua faccia misericordiosa. So che Sei al mio fianco. Non voglio qualcosa da Te, voglio Te!”

Mi ricordo che, quando ero piccolo, avevamo uno zio ricco.

Quando veniva a trovarci, portava sempre dei regali fantastici, cioccolato, praline…noi bambini ci precipitavamo immediatamente addosso a lui: “Zio, ci hai portato…?”

Pensate, non mi ricordo proprio più che aspetto avesse lo zio: l’unica cosa che mi vedo davanti sono le sue tasche piene. Vale a dire: in fondo, dello zio non mi importava niente, volevo solo i suoi regali.

E lo stesso fa la maggior parte della gente con il Redentore.

Vogliono qualcosa da Lui, ma non Lui.

…ma quando il Signore ci conduce in situazioni in tale oscurità, allora impariamo a pregare: Signore, io voglio solo Te, il Principe della Pace, il Redentore dei peccatori, il garante della mia condizione di figlio di Dio.

Proprio nell’attimo in cui Paolo e Sila riescono a pregare così, accade qualcosa: vedono in spirito la croce del Redentore.

Una volta, di notte, sono uscito su una nave dal porto di New York, passando davanti alla Statua della Libertà. È di grande effetto vedere la statua, circondata dal mare buio, ergersi tutta illuminata sull’isola.

Facciamo la stessa esperienza con la croce di Gesù.

Lo Spirito Santo la illumina tanto che non riusciamo più a vedere nient’altro se non il Figlio di Dio, che ha cancellato tutti i nostri peccati; Lo vediamo come il Sommo Sacerdote che ci ha riconciliati, come Colui che ha pagato il riscatto per liberarmi.

Amici miei, davanti a me non vorrei vedere nient’altro se non il Redentore sulla croce, che mi dice: “Non temere, Io ti ho redento”.

Ora Paolo capisce: fra me e Dio è tutto a posto.

E, in piena notte, lo Spirito di Dio gli mostra il Risorto. Si, il risorto Signore Gesù Cristo entra personalmente nella cella della prigione.

Il Signore vive: è in quel momento che irrompono i canti di lode!

L’esperienza più grande per me, durante il periodo di prigionia, fu proprio quella di vedere che neanche tre catenacci possono trattenere il Redentore, quando Egli vuole andare dalle anime che sono nella prova. Mai più Egli è venuto da me come in quelle orribili celle di prigione.

Una volta che mia moglie venne a trovarmi e disse: “Ti stai distruggendo”, potei risponderle soltanto: “No, sto come i sacerdoti all’inaugurazione del tempio di Salomone. In quel passo si dice che la gloria del Signore riempì il tempio, al punto che i sacerdoti non riuscivano a stare in piedi”.

Allo stesso modo, la mia lurida cella era ripiena della presenza di Gesù, al punto che non potevo quasi sopportarla.

Nella vita cristiana bisogna affrontare molte prove. Non c’è altro modo di superarle se non che lo Spirito Santo ci trasfiguri Gesù e il Signore stesso venga da noi.

O mio Signore Gesù, la Tua vicinanza

porta grande pace nel cuore.

E la vista della Tua grazia ci rende talmente beati

che il corpo e l’anima ne divengono lieti

e riconoscenti.

Wilhem Busch

…”E non mormorate come alcuni di loro mormorano, e perirono colpiti dal distruttore”… ( 1 Corinzi 10:10)


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La Chiesa di Dio è messa davanti a molti e diversi problemi.

Alcuni l’assalgono dal di fuori, altri nascono dentro di essa, nei suoi membri; mentre alcune difficoltà sono caratteristiche di un’epoca, altre compaiono in ogni generazione, è una piaga che ha demolito la testimonianza di una Chiesa in ogni epoca da quando Iddio si costituì per la prima volta un popolo per Se stesso, è il peccato della mormorazione.

Questa pratica maligna, col tempo, divenne quasi una caratteristica della “chiesa nel deserto”. Infatti in Esodo 16:2, si legge che “tutta la raunanza dei figliuoli d’Israele mormorò contro Mosè e contro Aronne” non appena dovette affrontare i problemi del suo pellegrinaggio nel deserto, malgrado la sua redenzione dalla schiavitù d’Egitto.

Frasi simili a quelle, purtroppo, sono ripetute con una regolarità deprimente nei libri di Esodo e Numeri.

Il mormorio non manca neanche nelle pagine del Nuovo Testamento.

Il nostro Signore ha dovuto subire non soltanto le critiche sussurrate dai farisei, ma anche ed almeno in due occasioni quelle dei discepoli, poiché è scritto che “mormorarono”; “non mormorate gli uni gli altri” dice Giacomo 5:9.

Quando poi studiamo la storia della gloriosa Chiesa primitiva non dobbiamo leggere molto oltre la Pentecoste per incontrare questo vecchio peccato: ” …or in quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio degli Ellenisti contro gli Ebrei…” (Atti 6:1).

Cos’è che non va bene nel mormorare?

Persino la parola stessa ci dà l’impressione di una pratica che non è consona al carattere dei “figliuoli della luce” ( 1 Tessalonicesi 5:5).

Il mormorare necessita di segretezza; è una cosa furtiva.

Gli Israeliti, dice il Salmista “mormorarono nelle loro tende” (Salmo 106:25).

Il mormorio è una piaga che raramente vede la luce del giorno. A volte, nel vangare un pezzo di terreno, viene rovesciato un grosso sasso e da là sotto, improvvisamente esposti alla luce, escono dozzine di piccoli insetti che disperatamente cercano le tenebre nelle quali hanno trascorso i loro giorni.

Il mormoratore è una creatura simile a quegli insetti.

Il mormorare inoltre non è soltanto un male in se stesso; esso abitualmente si trova in cattiva compagnia.

Due dei suoi amici più intimi sono: uno spirito scontento ed un atteggiamento di ribellione.

È stato detto che uno spirito scontento rende le labbra degli uomini come cerniere rugginose poiché di rado si muovono senza mormorare e lamentarsi. Quindi, il credente che partecipa a certe conversazioni segrete e sussurrate rivela inconsapevolmente lo stato non spirituale del suo cuore.

Dobbiamo aggiungere che poiché è furtivo e anti-spirituale, il mormorio è estremamente nocivo.

Mentre l’uomo che parla ad alta voce apertamente può anche non essere ascoltato, il bisbigliare raramente ha difficoltà ad essere ascoltato. Si trovano sempre persone che, anche se non disposte a trasmettere maldicenze, sono però pronte ad ascoltare. Il mormorio quindi può agire come il lievito e segretamente spandere il risentimento e la discordia nella chiesa, anche in quella fedele.

Qual è il rimedio per questa antica piaga?

Vinceremo il peccato del mormorare soltanto se riusciremo a riconoscerlo per ciò che effettivamente è: una pratica contraria allo spirito del Vangelo, e se nel medesimo tempo mediteremo su quelle Scritture che ci insegnano sia il segreto per essere contenti sia il dovere della sottomissione a coloro che sono da Dio preposti in autorità.

La cattiva erbaccia del mormorio, non vivrà per molto in una chiesa in cui i membri avranno imparato in Cristo le grazie dell’essere contento e dell’obbedienza.

· “Lo sprezzo alla sventura è nel pensiero di chi vive contento” (Giobbe 12:5)
· “Il cuor contento è un convito perenne” (Proverbi 15:15)

· “Per conoscere se siete ubbidienti in ogni cosa” (2 Corinzi 2:9)

· “Facendosi ubbidienti fino alla morte, e alla morte della croce” (Filippesi 2:8)

· “Ricorda loro che siano ubbidienti” (Tito 3:1)
· “Si ricorda dell’ubbidienza di voi tutti” (2 Corinzi 7:15)

Questo, comunque, non vuol dire che in una chiesa tutte le critiche devono essere maligne e non implica neanche che i credenti non possono avere un motivo giusto per reclamare, ma vuol dire che quando tali problemi nascono, anziché permettere che si aggravino in segreto e in seguito vengono bisbigliati e commentati da altri, si svelino apertamente come ci insegna la Bibbia, “bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri” (Efesini 4:25).

Non possiamo fare nulla di meglio, dopo esserci riferiti alla parola del Signore, che citare sei punti preparati da Giovanni a Carlo Wesley:

1. Non ascolteremo e neanche ricercheremo volontariamente qualsiasi male concernente gli uni gli altri.

2. Se sentiremo dir male degli altri non saremo pronti a crederlo subito.

3. Comunicheremo a voce o per iscritto, al più presto possibile, alla persona implicata. Ciò che abbiamo sentito dire di lei, (magari dopo averne parlato con gli anziani a seconda sella gravità del fatto).

4. Finchè non avremo fatto questo, non scriveremo né riporteremo neanche una sillaba a qualsiasi altra persona.

5. Fatto questo, non ne parleremo con nessuno.

6. Non faremo alcuna eccezione a questa regola, salvo se obbligati per coscienza.

Che meraviglia sarebbe se ogni credente potesse fare un patto simile con il Signore, cercando sinceramente di camminare come un figlio di luce, in ubbidienza all’esortazione biblica: “fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute” (Filippesi 2:14).

Bisogna quindi continuare a considerare e a guardare alla comunità come proposta Divina.

La Chiesa è nata per essere una comunità e la vera comunità è il più spontaneo risultato di una vera “Agape” vissuta e realizzata pienamente. Dobbiamo assolutamente guardarci da quelle cause che possono determinare il lasciare la primiera carità (Apocalisse 2:4), non solo da parte del singolo, ma di una comunità che non è riuscita a portare avanti in, alcuni momenti, quell’impulso iniziale impresso dallo Spirito Santo inteso come quell’istanza comunitaria di cui si parla in Atti 2:42-47 e Atti 4:32-55.

Tali cause sono, quanto meno, tre e riguardano essenzialmente i rapporti interpersonali che possono essere:

1. Impostati su un piano troppo umano: quando non tutti i problemi trovano una soluzione a livello di fede.

2. Impostati su elementi troppo angelicamente spirituali: quindi risultano lontano da una realtà viva a livello pratico.

3. Impostati limitatamente ad un fatto puramente religioso: solo perché chiamati a vivere, per un fatto culturale, un momento della nostra esperienza, così come si è chiamati a vivere, con altri, momenti di esperienza di lavoro o di studio.

Il problema quindi è personale prima di essere comunitario e la “crisi” della comunità e crisi di carità.

Unico rimedio è incontrare Cristo nella Parola di Dio, letta e studiata e, condizione essenziale, accettata. Al di là è ipocrisia.

Solo così la comunità potrà essere unanimità, non come costante uniformità ad un pensiero ma come apertura costruttiva nel conoscersi, nell’accogliersi reciprocamente e nell’edificarsi, potrà vivere, come momento di vita comunitaria, la confessione (intesa nel giusto senso) quale segno di maturità, come momento di verifica della nostra coerenza e della nostra corporeità organica con Cristo, potrà realizzare la comunanza dei beni ad ogni livello di classicismo e di discriminazione.

Questa è la vera testimonianza di una vera Agape!

Questa è la vera testimonianza di una vera Comunità!

Questa è la vera testimonianza di una vera Fratellanza!

Questa è la vera testimonianza di una vera e chiara Cristianità!

Voglio terminare con due domande:

a) Apparteniamo ad una Comunità o ad una semplice associazione?

b) Sentiamo il desiderio di quanto premesso?

AD OGNUNO ED A TUTTI LA RISPOSTA.

Alla gloria di Dio.
Aniello Cucco

La Conversione di Charles Haddon Spurgeon


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spurgeon_lgA volte penso che avrei potuto rimanere fin qui nel buio e nella disperazione se non fosse stato per la bontà di Dio che una mattina inviò una tempesta di neve proprio mentre stavo andando al culto. Perciò decisi di girare per una stradina laterale e giunsi ad una piccola chiesa dei Primitive Methodists in grado di ospitare una quindicina di persone. Avevo già sentito parlare dei Primitive Methodists, del loro modo di cantare a squarciagola così da far venire il mal di testa; ma non mi importava. Io volevo solo sapere come è possibile essere salvato… Quel giorno, il pastore non era venuto; credo fosse rimasto bloccato dalla neve. Alla fine, un uomo molto magro, forse un calzolaio, un sarto o qualcosa del genere, si avviò verso il pulpito per predicare. È buona cosa che i predicatori siano istruiti perché quell’uomo era davvero molto semplice. Era obbligato ad attenersi al testo, per il semplice motivo che non era in grado di aggiungere altro. Il testo era: “RIGUARDATE A ME, VOI TUTTI DELLA TERRA E SIATE SALVATI” Non sapeva neanche pronunciare correttamente le parole. Ma non importava. In quel testo c’era per me un barlume di speranza. Poi il buon uomo continuò ad analizzare il testo in questo modo: “Guardate Me; la mia fronte è imperlata di un sudore di sangue. Guardate Me; sono appeso alla croce. Guardate Me, sono morto e sepolto. Guardate Me; sono risorto. Guardate Me; salgo al cielo. Guardate Me; siedo alla destra del Padre. Misero peccatore, guarda a Me! Guarda Me!”. Dopo essere riuscito… a far trascorrere circa dieci minuti in questo modo, era giunto alla fine del suo sapere. Poi guardò me che ero sotto la loggia e, siccome c’erano così poche persone, penso che si accorse subito che ero nuovo. Così, fissando i suoi occhi su di me, come se conoscesse tutto il mio cuore, disse: “Ragazzo, tu hai un aspetto miserabile”: Era vero, ma non ero mai stato abituato a sentire commenti sul mio aspetto personale pronunciati direttamente dal Pulpito. Tuttavia, era un colpo che aveva ben centrato l’obbiettivo. Continuò: “E tu sarai sempre miserabile, miserabile nella tua vita e miserabile nella morte, se non obbedisci al testo appena letto: ma se obbedisci ora, in questo momento, sarai salvato”. Poi alzando le mani, gridò come solo un Primitive Methodists avrebbe potuto fare “ragazzo, guarda a Gesù Cristo. Guarda! Guarda! Guarda! Non devi fare altro che guardare e vivrai!”. Intravidi subito di dover fare chissà quante cose, ma quando ascoltai quella parola: “Guarda”, mi sembrò così affascinante. Oh! Guardai, guardai tanto fin quasi a consumarmi gli occhi. In quel momento le nuvole scomparvero, l’oscurità si allontanò e il sole mi apparve, avrei potuto alzarmi e cantare con il più entusiasta di loro sul prezioso sangue di Cristo e sulla fede semplice che induce a guardare solo a Lui. Oh, se qualcuno mi avesse detto prima: “Credi in Cristo e sarai salvato”. Non potrò mai dimenticare quel giorno felice in cui trovai il Signore ed imparai ad aggrapparmi ai Suoi piedi adorabili… Ascoltai la Parola di Dio e quel testo prezioso mi condusse alla croce di Cristo. Posso testimoniare che la gioia di quel giorno era assolutamente indescrivibile, Avrei potuto saltare, avrei potuto ballare; nessuna espressione, per invasata che fosse, avrebbe potuto essere fuori luogo rispetto alla gioia di quell’ora. Da allora è trascorso un lungo tempo nel cammino cristiano ma, dopo quel giorno, non ho mai più realizzato un’euforia così completa e una gioia così raggiante. Pensavo che avrei potuto saltare dal posto in cui sedevo ed urlare con il più scatenato di quei fratelli metodisti… “Sono stato perdonato! Sono stato perdonato! Che monumento alla grazia! Un peccatore salvato dal sangue di Cristo!” Il mio spirito vide le catene cadere in mille pezzi, sentii di essere un’anima liberata, un erede del cielo, mi sentii perdonato, accettato in Cristo Gesù, strappato dal pantano fangoso e dall’orribile abisso, con i piedi sulla roccia e l’andatura certa… Tra le dieci e mezza, ora in cui ero entrato nella chiesa, e le dodici e mezza, quando ritornai a casa, si era realizzato in me un radicale cambiamento! Per aver semplicemente guardato a Gesù ero libero dalla disperazione e trasportato in un meraviglioso stato di gioia. “Dev’esserti accaduto qualcosa di meraviglioso”, esclamarono i miei familiari quando mi videro così. Oh! quanta gioia ci fu nella mia famiglia quel giorno, quando raccontai l’accaduto e quando tutti seppero che il figlio maggiore aveva trovato il Salvatore e sapeva di essere stato perdonato.
Trascritta da La Manna Francesco

La terra di Palestina appartiene per diritto agli Ebrei o ai Palestinesi attuali?


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pace-israele-palestina«Dio si ricorda in eterno del Suo patto, e per mille generazioni della parola da Lui comandata, del patto che fece con Abramo e del Suo giuramento che fece a Isacco, che confermò a Giacobbe come Suo statuto e a Israele come un patto eterno, dicendo: “Io ti darò il paese di Canaan come porzione della vostra eredità”» (Salmi 105:8-11).
Facciamo una premessa.
Come credenti, abbiamo la Bibbia come principale fonte degna di fiducia anche per la storia e la geografia che riguardano il popolo di Dio, per cui anche per questo tema possiamo tranquillamente attenerci da quello che è riportato nelle Sacre Scritture.

Come sappiamo, dai tre figli di Noè sono venute tutte le razze umane e tutti i popoli della terra.
I primi occupanti della terra d’Israele sono stati i discendenti di Sem e i discendenti di Cam, alternandosi e anche convivendo nel tempo intercorso tra la dispersione dovuta alla confusione delle lingue e la conquista da parte degli Ebrei.
Quando per ordine di Dio si è incominciato a documentare la storia e le origini di Israele, vi abitavano diversi gruppi denominati genericamente “Cananei”.

In seguito, al tempo di Mosè, oltre a i Cananei vi erano i Filistei (da cui prende il nome geografico di Palestina), e si presume che questi venivano da Creta e dalle zone dell’Egeo.
Dai fatti riportati nei libri dei Re e delle Cronache, vediamo che sia i Cananei che i Filistei non hanno mai formato una nazione a se stante, al massimo in alcune occasioni, per motivi militari, hanno formato coalizioni di “città stato”, che alla fine dei vari conflitti ritornavano alla loro originaria condizione.

Poi, per volontà di Dio e secondo la Sua promessa fatta al Suo amico Abramo, i discendenti di Giacobbe, suo nipote, usciti e liberati dalla schiavitù d’Egitto, hanno occupato quelle terre, dietro la guida di Giosuè, formandosi come nazione.
A parte l’esilio babilonese, quella terra è stata sempre abitata dalla discendenza di Abramo sino alla famosa presa e distruzione di Gerusalemme da parte del generale romano Tito.
Costui, e altri imperatori romani dopo di lui hanno obbligato gli Ebrei all’allontanamento dalla Palestina, dando inizio così alla Diaspora.

Il bando dalla terra d’Israele è riuscito in parte, perché, seppur di numero sporadico, gli ebrei hanno continuato ad abitare in quella zona, non riuscendo però ad organizzarsi politicamente e militarmente, tant’è vero che al tempo delle guerre islamiche quella zona è stata facilmente sottomessa dai discendenti di Maometto con la conseguente occupazione araba.
L’occupazione araba (includendo quella Ottomana-Turca), tranne una piccola parentesi al tempo delle Crociate, è perdurata sino alla occupazione inglese.
Gli Inglesi, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno voluto cedere quella striscia di terra per la nascita dell’attuale Stato d’Israele.

Questa iniziativa è stata, ed è tutt’ora, contrastata dagli stati arabi confinanti, aizzando le poche persone arabe rimaste in quelle terre con la rivendicazione di una fattispecie Nazione Palestinese che non è mai esistita.
E’ chiaro che, in relazione ad avvenimenti attuali che riguardano lo stato d’Israele e lo status dei Palestinesi, per scarca documentazione storica e biblica, si è propensi a definire gli Ebrei come intrusi, ma la massima autorità per giudicare, anche in queste cose, è Dio.
Lui ha già giudicato e stabilito a chi dovrebbero appartenere quelle terre.
Nel Salmo 24:1 sta scritto: “Al Signore appartiene la terra e tutto ciò che è in essa, il mondo e i suoi abitanti”.

Riassumendo, possiamo dire che, oltre alla certezza della volontà di Dio, i motivi per l’appartenenza ad Israele sono:
– che i popoli originali che abitavano quella terra non esistono più e che, quindi, l’unico popolo che può rivendicarne l’appartenenza è il popolo d’Israele;
– che l’attuale gente araba, chiamati palestinesi, sono appunto arabi e sono venuti dopo Israele;
– che alla nascita della moderna Nazione Israele non esisteva (come tutt’ora) la Nazione o lo Stato di Palestina ed era terra occupata dagli inglesi.

Nell’occasione si vuole precisare che non siamo compiacenti per il fatto che i Palestinesi non debbono avere una terra o formare uno stato, o debbono continuare e vivere in una situazione critica e bellicosa come quella attuale.
Purtroppo, con la condizione del peccato, gli uomini, nel corso dei secoli, hanno spesse volte occupato le terre altrui con le guerre, ma sappiamo che Dio è sovrano e gestisce anche le situazioni politiche e geografiche mondiali, per cui possiamo, anche nel caso della Palestina, rimetterci alla Sua giusta e sovrana autorità.

Fonte: http://www.incontraregesu.it/