Niger: dalle vignette all’odio anticristiano


10 persone sono morte in due giorni di violenze, di cui 3 cristiani. Secondo i nostri collaboratori in loco almeno 72 chiese sono state distrutte, insieme a 7 scuole cristiane, diversi negozi cristiani e 10 veicoli di proprietà di cristiani.

Mentre continua il dibattito sulla libertà di espressione a seguito dell’attentato a Charlie Hebdo in Francia, le proteste per la loro ultima rappresentazione della vignetta di un profeta Maometto in lacrime con la didascalia: “Io sono Charlie”, hanno portato a un’escalation di violenza in Niger. La violenza iniziata a Zinder, la seconda città del paese, si è diffusa rapidamente ai villaggi circostanti per giungere infine alla capitale Niamey e ha preso di mira anche in cristiani.

Almeno 10 persone sono morte in due giorni di violenze. La cifra comprende 3 cristiani uccisi dopo essere stati intrappolati nelle chiese. Secondo i nostri collaboratori in loco almeno 72 chiese sono state distrutte, insieme a 7 scuole cristiane, diversi negozi cristiani e 10 veicoli di proprietà di cristiani. Oltre 30 case di cristiani sono state saccheggiate e bruciate, lasciando i cristiani colpiti solo con i vestiti che avevano indosso. In un discorso televisivo, il presidente Mahamadou Issoufou ha espresso sorpresa per l’attacco: “Cosa vi hanno fatto i cristiani del Niger per meritare questo? In cosa di preciso vi avrebbero fatto torto?”.

Un collaboratore di Porte Aperte spiega: “Questa è la più grande perdita che la Chiesa in Niger abbia subito nella storia recente. Questi attacchi avranno effetti a lungo termine sulla piccola comunità di credenti. Un numero notevole di famiglie cristiane locali ha perso tutto ciò per cui ha lavorato tutta la vita”.

Il pastore Sani Nomau, un leader della chiesa locale, ha invitato i cristiani in Niger a rispondere con l’amore di Cristo: “Invito ogni singolo credente in Niger a perdonare e dimenticare, ad amare i musulmani con tutto il cuore… Lo dico con le lacrime agli occhi. Anche se è doloroso… Dobbiamo amare i nostri persecutori”.

Manifestazioni e scontri si sono avuti in Algeria, Pakistan e in queste ore persino in Cecenia. Poche settimane prima degli attentati terroristici in Francia, Charlie Hebdo pubblicava vignette satiriche palesemente anticristiane: dunque che senso avrebbe attaccare i cristiani, si domandano in molti a causa di un giornale che fa satira su tutto e tutti. Ma la persecuzione contro i cristiani va ben oltre l’erronea associazione “cristiani=occidentali”, vi è un disegno preciso dietro l’avanzata del radicalismo islamico in questa parte del mondo e, oramai, non si sa più come spiegarlo.

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Arabia Saudita: prega per i sauditi


Iraq_Escape_from_Mosul_foto_Christian_AidUn tempo di preghiera per le difficili condizioni dei credenti in Arabia Saudita. Di seguito alcune notizie, che sono anche soggetti di preghiera per questo paese, da anni ai primi posti della WWList.

E’ un giorno particolare oggi: in molti nel mondo pregano per l’Arabia Saudita(sempre ai primi posti della WWList) e soprattutto per i cristiani di quel paese, sostanzialmente costretti a vivere la loro fede in clandestinità. Vi proponiamo una serie di soggetti di preghiera per questa nazione.

Ci sono migliaia di cristiani africani, asiatici e occidentali che vivono e lavorano in Arabia Saudita. Molti di questi lavoratori stranieri (specie africani e asiatici) sono esposti a sfruttamento fisico ed economico da parte dei loro datori di lavoro sauditi (moderne forme di schiavitù). Preghiamo per questi uomini e donne stranieri in terra saudita che possano mostrare amore ed essere luce in un paese dove non vi è libertà di fede (se sai l’inglese vedi questo video)

Il 5 settembre scorso la polizia saudita ha fatto irruzione in un incontro di cristiani asiatici nella città di Khafji (confine con Kuwait): circa 30 cristiani sono stati arrestati, la maggior parte rilasciati più tardi, mentre il pastore e gli anziani solo alcuni giorni dopo.Preghiamo per questi fratelli e sorelle, spaventati e sotto pressione.

Preghiamo per i credenti i cui coniugi non sono cristiani. Ci sono musulmani che si avvicinano alla fede cristiana e si trovano davanti al bivio di parlare o meno di questo al proprio coniuge. Alcuni lo fanno e sperimentano opposizioni, rigetto e abusi.Preghiamo che loro possano dimostrare un profondo cambiamento e che questo induca i loro cari a voler conoscere di più Gesù (se sai l’inglese vediquesto video).

Riceviamo testimonianze di musulmani sauditi che hanno sognato Gesù e da lì hanno iniziato una ricerca personale. Preghiamo che questi sogni possano aumentare e che sempre più persone possano conoscere Gesù.

Preghiamo per i bambini di cristiani sauditi, che crescono in due mondi contrapposti: a scuola imparano l’islam e la cultura della nazione, mentre a casa imparano di Gesù e della Bibbia. Se qualcuno viene a conoscenza della fede della loro famiglia, possono incorrere in persecuzioni di vario genere.

Pregate per gli ex musulmani convertiti al cristianesimo che possano trovare comprensione e accettazione attorno a loro, in particolare dai capo famiglia poiché questi padri musulmani sono coloro che possono fare la differenza per i neocristiani tra l’essere perseguitati o sperimentare un minimo di libertà e accettazione.

Abbiamo qualche buon contatto con singoli uomini, ma è difficile averne con famiglie intere”, ci racconta un credente dall’Arabia Saudita. Preghiamo affinché possano esserci famiglie intere, unite, ad avvicinarci al Vangelo, affinché possano essere una testimonianza compatta dell’amore di Gesù nel loro difficile contesto sociale.

ATTI DI LODE


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“Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregavano e cantavano inni a Dio;

e i prigionieri li udivano” (Atti degli Apostoli 16:25).

Che splendore meraviglioso aleggia sulla storia della pentecoste.

Lo Spirito di Dio si rivela in maniera imponente; gli apostoli si presentano sulla scena con grande gioia; la gente confluisce a migliaia e molti credono.

La gioia del giorno di Pentecoste, emanata dagli apostoli in maniera particolare, non era per niente scontata. Infatti gli apostoli erano persone svantaggiate nella vita e reduci dall’evento della crocifissione di Gesù.

Ah, non oso immaginarmi da quali angosce fossero tormentati a vedere il Redentore appeso alla croce. E anche quando, dopo la Sua resurrezione, ancora non sapevano se fossero stati respinti definitivamente o se il Signore li avrebbe accolti e si sarebbe servito di loro un’altra volta.

Avevano alle spalle molte sofferenze e anche esteriormente erano dei poveretti.

Due volte si dice in relazione alla vita di Pietro: “Abbiamo pescato tutta la notte, ma non abbiamo preso niente”.

Mi piacerebbe vedere un occidentale disposto a fare per due volte un turno di notte senza guadagnare niente.

Di sicuro non ce ne sarebbe neanche uno.

Gli apostoli venivano dalla povertà, dall’angoscia e dalla disperazione. E davanti a loro si apriva una vita di persecuzioni che nella maggior parte dei casi sarebbe sfociata nel martirio.

E’ del poeta comunista Bertolt Brecht la seguente citazione dall’Opera da tre soldi: “E gli uni sono nel buio, gli altri nella luce”.

A giudicare dalle apparenze, gli apostoli erano fra quelli nel buio.

Bisogna ricordare i retroscena per capire quanto sia miracoloso che essi si presentino alla Pentecoste con una tale gioia da invogliare tremila persone a diventare cristiane.

Amici miei, nel libro di Giobbe si trova un versetto a me particolarmente caro, che già da un punto di vista formale è pura poesia. Dice: “Dio, il mio Creatore, che nella notte concede canti di gioia”.

In senso figurato, gli apostoli rappresentavano delle persone che si trovavano “nella notte”.

Ma il giorno della Pentecoste, il loro cuore traboccava di gioia nel Signore, per così dire, “sprizzavano gioia da tutti i pori”.

Lo Spirito di Dio produce “canti di gioia nella notte”.

Ci sono molte altre persone che vivono nella notte, persone misere, malate o sole. Ma ascolta: Dio non vuole limitarsi a sentire i tuoi gemiti, attraverso lo Spirito Santo Egli vuole operare nel tuo cuore in maniera tale che tu possa lodare: “Dio, il mio Creatore, che nella notte ispira canti di gioia”.

Ciò può accadere, come allora a Gerusalemme, in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni cuore.

Adesso, dalla storia della Pentecoste trasferiamoci in spirito a Filippi, analizzando il testo con questo filo conduttore:

«Dio, il mio Creatore, che nella notte concede canti di gioia».

1. La notte

Mentre Paolo e il suo amico Sila erano in prigione, era notte sia dentro che fuori.

Il Signore aveva portato Paolo in Europa con una chiamata molto chiara.

Che momento quello in cui i due uomini avevano posto il piede sul suolo dell’Europa!

La prima città nella quale vengono condotti è Filippi.

Là proclamano il loro messaggio: Dio ha squarciato il cielo, ha mandato Suo Figlio, che è morto per te sulla croce e ti ha riscattato dalle potenze delle tenebre.

Gesù è risuscitato e tu hai il privilegio di potergli appartenere…

Quel messaggio provoca subbuglio.

Il popolo si getta addosso a Paolo e Sila che vengono trascinati davanti alle autorità.

Queste ultime volevano proprio tornarsene a casa dopo una giornata di lavoro, saranno mancati dieci minuti alla fine del servizio.

I funzionari dicono: “Per oggi basta! ”.

Il pretore comanda: “Flagellateli e gettateli in prigione. Domani riprenderemo”.

Paolo e Sila vengono flagellati.

La flagellazione romana era una cosa terribile: alle fruste erano intrecciati dei pezzi di ferro, così che la schiena colpita veniva dilaniata.

Coperti di sangue, i due vengono consegnati al direttore del carcere, che probabilmente era un ufficiale romano in pensione. Quello sbatte i tacchi: “Obbedisco!”, e getta subito Paolo e Sila nella cella più nascosta.

Sarà stato un buco!

Il carceriere mette i loro piedi nei ceppi.

Personalmente non so neanche io che razza di strumento di tortura fosse questo ceppo, ad ogni modo un supplizio crudele.

E così i due si ritrovano nella cella buia, sarà stato fra le sei e le sette di sera. Forse l’acqua gocciolava dai muri e i topi correvano sui piedi dei prigionieri.

Non si sa nulla di loro, finché troviamo scritto: “Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregavano e cantavano inni a Dio”.

Ora vi chiedo: Che cosa avranno fatto i due uomini dalle sei di sera alla mezzanotte?

Sicuramente si erano trovati in una grossa prova: non solo fuori era notte, ma anche dentro di loro.

Nessuna venga a raccontarmi di essere un cristiano e di non sapere niente di queste notti della prova.

Mio nonno disse una volta ad un anziano fratello che aveva un viso molto malinconico: “Ehi, i cristiani hanno gli occhi luccicanti!” Al che l’interpellato rispose: “Non posso sorridere, mentre spiritualmente devo morire, mentre sono nella prova”.

Vorrei cercare un po’ di approfondire la prova di Paolo, perché ritengo che noi veniamo a trovarci in prove simili alla sua.

Su Paolo si abbatte la domanda: “Come può Dio permettere tutto ciò? E’ stato Lui a chiamarmi qui, ed è Lui che sto servendo. Sicuramente vuole che il Suo messaggio venga annunciato. E ora ci fa frustare a sangue e chiudere qui dentro. Come può Dio permetterlo?!”

Amici miei, io avevo due figli. Dio me li ha presi entrambi e su di me si è abbattuta la domanda: Perché lo fa?

Una tale domanda viene posta spesso in maniera superficiale, ma può anche provenire da esperienze di sofferenza e diventare una prova per i cristiani.

Poi certamente in Paolo divampava una forte ira.

Niente può colpire più duramente un uomo del dover sopportare un’ingiustizia senza potersi opporre.

Paolo era cittadino romano e in quanto tale apparteneva ad una classe privilegiata: non poteva essere flagellato. In quel momento, con la flagellazione sperimentò di persona l’ingiustizia del mondo; ed era impotente.

Ma non solo l’ira può essere una prova, una tentazione: possono sopraggiungere anche gli istinti carnali, l’ostinazione, l’invidia. In fondo, il vecchio uomo è ancora qui. E se ci rendiamo conto di come ci distruggiamo, quando il vulcano esplode… ecco, questa è una prova.

Anche l’eccessiva preoccupazione può diventare una prova, una tentazione.

Paolo aveva appena iniziato il suo servizio a Filippi.

Che cosa ne sarebbe stato allora delle persone risvegliate, della piccola chiesa?!

Quanto ciò possa essere vero, lo sappiamo in particolare noi persone anziane, i giovani la prendono più alla leggera.

Quando i miei figli si sono sposati, ho pensato: adesso avremo un po’ di respiro, baderanno da soli a se stessi.

Ma non è stato così.

Ora squilla il telefono ininterrottamente: qui c’è un nipotino malato, là è successo qualcos’altro.

Appunto, delle preoccupazioni non ci si libera mai.

Forse anche fra noi, oggi, ci sono alcuni che stanno annegando in un mare di preoccupazioni.

Paolo dovette certamente affrontare un’ulteriore prova: la paura degli uomini.

Davide era sicuramente un grande guerriero, ma anche lui una volta disse: “Non voglio cadere nelle mani degli uomini”.

Nel Terzo Reich ho sperimentato questo un paio di volte.

È terribile quando uno viene assalito dalla paura: “Che cosa mi faranno?”.

E sei in balia degli altri senza possibilità di difesa!

Ma la prova più difficile di Paolo fu rappresentata di sicuro dal dubbio atroce: “Il Signore mi ha rigettato e non vuole più che io sia suo servo?”.

Paolo era sì certo della sua salvezza, ma lo tormentava il pensiero: Forse Dio non potrà più utilizzarmi per il suo servizio?

Sono un suo strumento che ora getta via?

Ecco la notte nel cuore di Paolo!

Forse anche tra di noi c’è qualcuno che si trova in una oscurità simile.

Un pastore anziano di una grande città sa che ognuno ha i suoi problemi oscuri, le sue sofferenze e angosce che non può raccontare a nessuno.

Nella Bibbia, nel Salmo 34, si trovano delle parole formidabili: “L’Eterno è vicino a quelli che hanno il cuore rotto”.

Così il Signore era molto vicino a Paolo, anche se l’apostolo in quel momento non lo sentiva.

2. Canti di lode

Verso mezzanotte, la situazione era completamente cambiata.

La cella buia si era trasformata in un tempio di Dio, dal quale si innalzavano dei canti di gioia. Un canto di lode tanto potente che i carcerati lo sentivano.

È interessante notare che in realtà proprio niente era cambiato: la schiena flagellata continuava a far male esattamente come prima, i piedi erano ancora imprigionati nei ceppi, gli apostoli si trovavano nelle mani degli uomini come prima; eppure, tutto ad un tratto, ecco risuonare dei canti di gioia!

Ed ecco il segreto: nei loro cuori era avvenuto un cambiamento.

Spesso pensiamo che tutto andrà bene quando la pressione dall’esterno scomparirà, che tutto andrebbe bene se avessimo 50 euro in più e cose del genere.

No!

La prova se ne va quando è dentro di noi che avviene il cambiamento.

Sono diversi giorni che preparo questa predicazione. Nel farlo, sono stato scosso fin nel mio intimo da quei canti di lode risonanti nella notte buia dall’orribile cella di filippi.

Vorrei veramente farvi capire che cosa significhi un tale canto di lode.

Nell’Apocalisse, al capitolo 5, ci viene illustrata una scena meravigliosa: a Giovanni vengono aperti gli occhi sul mondo invisibile. Vede strani esseri viventi intorno al trono di Dio. Vede i 24 anziani e poi li vede, che cosa incredibile!, gettare le loro corone nella polvere, davanti al trono di Dio. È lì che comincia la lode, la lode in cielo.

Improvvisamente c’è una pausa e Colui che siede sul trono tiene in mano un rotolo con i Suoi piani. In tutto il cielo viene chiesto: Chi è in grado di aprire il rotolo e portare a compimento i piani? Silenzio assoluto. Nessuno può farlo. A Giovanni sgorgano le lacrime dagli occhi. “Non c’è proprio nessuno che ne sia capace?” Un angelo lo consola; “Non piangere! C’è qualcuno, il Forte, l’Eroe, il Leone di Giuda”.

Ora Giovanni attende ansiosamente di scoprire chi sia questo forte Leone di Giuda. Io me lo immagino così: le schiere di angeli si aprono ed ecco in piedi davanti al trono… un Agnello con una ferita mortale! Gesù, sacrificato per noi!

Ciò che segue posso solo leggerlo parola per parola (Apocalisse 5:11-13): “Quindi vidi e udii la voce di molti angeli intorno al trono, agli esseri viventi e agli anziani; il loro numero era di miriadi e di migliaia di migliaia, che dicevano a gran voce: Degno è l’Agnello, che è stato ucciso, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione”.

Un canto di lode nei luoghi celesti!

E a quella imponente adorazione si mescola la voce proveniente dal carcere buio, dalla notte.

La nostra lode, mici miei, si aggiunge sempre a quella grandiosa lode celeste di Dio.

Abbiamo ascoltato come Paolo si unì ai canti di lode celestiali, e ora ci chiediamo:

3. Come ci è arrivato?

Nella mia vita ho fatto la conoscenza di buie celle di prigione, non quella della giustizia penale ordinaria, ma quelle delle inquietanti carceri del servizio segreto di Stato.

…e so che cosa sono i momenti di oscurità e di prova.

…ma ho sperimentato anche come si arriva ai canti di lode.

Perciò, per una volta vorrei raccontarlo, a titolo di testimonianza: “Verso mezzanotte Paolo e Sila, pregavano…”, significa che la prova era finita nel momento in cui i due erano stati di nuovo in gradi di pregare. Prima erano stati immersi in una tale oscurità, che la preghiera non era più possibile per loro.

Paolo ha espresso tale esperienza in Romani 8: noi possiamo venire a trovarci nella situazione in cui non sappiamo più come dobbiamo pregare. Ma quando i figli di Dio sono così prostrati, lo Spirito Santo prega per loro.

“Ma lo Spirito stesso intercede per noi con sospiri ineffabili”.

Poiché lo Spirito Santo intercedeva per lui, verso mezzanotte Paolo era di nuovo in grado di pregare.

Posso immaginare come abbia pregato.

Prima aveva chiesto: “Come può Dio permettere tutto ciò?”

Ora pregava: “Signore, non voglio neanche sapere perché lo fai. Non voglio neanche chiedere che Tu cambi la situazione. Ma vorrei tornare a vedere la Tua faccia misericordiosa. So che Sei al mio fianco. Non voglio qualcosa da Te, voglio Te!”

Mi ricordo che, quando ero piccolo, avevamo uno zio ricco.

Quando veniva a trovarci, portava sempre dei regali fantastici, cioccolato, praline…noi bambini ci precipitavamo immediatamente addosso a lui: “Zio, ci hai portato…?”

Pensate, non mi ricordo proprio più che aspetto avesse lo zio: l’unica cosa che mi vedo davanti sono le sue tasche piene. Vale a dire: in fondo, dello zio non mi importava niente, volevo solo i suoi regali.

E lo stesso fa la maggior parte della gente con il Redentore.

Vogliono qualcosa da Lui, ma non Lui.

…ma quando il Signore ci conduce in situazioni in tale oscurità, allora impariamo a pregare: Signore, io voglio solo Te, il Principe della Pace, il Redentore dei peccatori, il garante della mia condizione di figlio di Dio.

Proprio nell’attimo in cui Paolo e Sila riescono a pregare così, accade qualcosa: vedono in spirito la croce del Redentore.

Una volta, di notte, sono uscito su una nave dal porto di New York, passando davanti alla Statua della Libertà. È di grande effetto vedere la statua, circondata dal mare buio, ergersi tutta illuminata sull’isola.

Facciamo la stessa esperienza con la croce di Gesù.

Lo Spirito Santo la illumina tanto che non riusciamo più a vedere nient’altro se non il Figlio di Dio, che ha cancellato tutti i nostri peccati; Lo vediamo come il Sommo Sacerdote che ci ha riconciliati, come Colui che ha pagato il riscatto per liberarmi.

Amici miei, davanti a me non vorrei vedere nient’altro se non il Redentore sulla croce, che mi dice: “Non temere, Io ti ho redento”.

Ora Paolo capisce: fra me e Dio è tutto a posto.

E, in piena notte, lo Spirito di Dio gli mostra il Risorto. Si, il risorto Signore Gesù Cristo entra personalmente nella cella della prigione.

Il Signore vive: è in quel momento che irrompono i canti di lode!

L’esperienza più grande per me, durante il periodo di prigionia, fu proprio quella di vedere che neanche tre catenacci possono trattenere il Redentore, quando Egli vuole andare dalle anime che sono nella prova. Mai più Egli è venuto da me come in quelle orribili celle di prigione.

Una volta che mia moglie venne a trovarmi e disse: “Ti stai distruggendo”, potei risponderle soltanto: “No, sto come i sacerdoti all’inaugurazione del tempio di Salomone. In quel passo si dice che la gloria del Signore riempì il tempio, al punto che i sacerdoti non riuscivano a stare in piedi”.

Allo stesso modo, la mia lurida cella era ripiena della presenza di Gesù, al punto che non potevo quasi sopportarla.

Nella vita cristiana bisogna affrontare molte prove. Non c’è altro modo di superarle se non che lo Spirito Santo ci trasfiguri Gesù e il Signore stesso venga da noi.

O mio Signore Gesù, la Tua vicinanza

porta grande pace nel cuore.

E la vista della Tua grazia ci rende talmente beati

che il corpo e l’anima ne divengono lieti

e riconoscenti.

Wilhem Busch

…”E non mormorate come alcuni di loro mormorano, e perirono colpiti dal distruttore”… ( 1 Corinzi 10:10)


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La Chiesa di Dio è messa davanti a molti e diversi problemi.

Alcuni l’assalgono dal di fuori, altri nascono dentro di essa, nei suoi membri; mentre alcune difficoltà sono caratteristiche di un’epoca, altre compaiono in ogni generazione, è una piaga che ha demolito la testimonianza di una Chiesa in ogni epoca da quando Iddio si costituì per la prima volta un popolo per Se stesso, è il peccato della mormorazione.

Questa pratica maligna, col tempo, divenne quasi una caratteristica della “chiesa nel deserto”. Infatti in Esodo 16:2, si legge che “tutta la raunanza dei figliuoli d’Israele mormorò contro Mosè e contro Aronne” non appena dovette affrontare i problemi del suo pellegrinaggio nel deserto, malgrado la sua redenzione dalla schiavitù d’Egitto.

Frasi simili a quelle, purtroppo, sono ripetute con una regolarità deprimente nei libri di Esodo e Numeri.

Il mormorio non manca neanche nelle pagine del Nuovo Testamento.

Il nostro Signore ha dovuto subire non soltanto le critiche sussurrate dai farisei, ma anche ed almeno in due occasioni quelle dei discepoli, poiché è scritto che “mormorarono”; “non mormorate gli uni gli altri” dice Giacomo 5:9.

Quando poi studiamo la storia della gloriosa Chiesa primitiva non dobbiamo leggere molto oltre la Pentecoste per incontrare questo vecchio peccato: ” …or in quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio degli Ellenisti contro gli Ebrei…” (Atti 6:1).

Cos’è che non va bene nel mormorare?

Persino la parola stessa ci dà l’impressione di una pratica che non è consona al carattere dei “figliuoli della luce” ( 1 Tessalonicesi 5:5).

Il mormorare necessita di segretezza; è una cosa furtiva.

Gli Israeliti, dice il Salmista “mormorarono nelle loro tende” (Salmo 106:25).

Il mormorio è una piaga che raramente vede la luce del giorno. A volte, nel vangare un pezzo di terreno, viene rovesciato un grosso sasso e da là sotto, improvvisamente esposti alla luce, escono dozzine di piccoli insetti che disperatamente cercano le tenebre nelle quali hanno trascorso i loro giorni.

Il mormoratore è una creatura simile a quegli insetti.

Il mormorare inoltre non è soltanto un male in se stesso; esso abitualmente si trova in cattiva compagnia.

Due dei suoi amici più intimi sono: uno spirito scontento ed un atteggiamento di ribellione.

È stato detto che uno spirito scontento rende le labbra degli uomini come cerniere rugginose poiché di rado si muovono senza mormorare e lamentarsi. Quindi, il credente che partecipa a certe conversazioni segrete e sussurrate rivela inconsapevolmente lo stato non spirituale del suo cuore.

Dobbiamo aggiungere che poiché è furtivo e anti-spirituale, il mormorio è estremamente nocivo.

Mentre l’uomo che parla ad alta voce apertamente può anche non essere ascoltato, il bisbigliare raramente ha difficoltà ad essere ascoltato. Si trovano sempre persone che, anche se non disposte a trasmettere maldicenze, sono però pronte ad ascoltare. Il mormorio quindi può agire come il lievito e segretamente spandere il risentimento e la discordia nella chiesa, anche in quella fedele.

Qual è il rimedio per questa antica piaga?

Vinceremo il peccato del mormorare soltanto se riusciremo a riconoscerlo per ciò che effettivamente è: una pratica contraria allo spirito del Vangelo, e se nel medesimo tempo mediteremo su quelle Scritture che ci insegnano sia il segreto per essere contenti sia il dovere della sottomissione a coloro che sono da Dio preposti in autorità.

La cattiva erbaccia del mormorio, non vivrà per molto in una chiesa in cui i membri avranno imparato in Cristo le grazie dell’essere contento e dell’obbedienza.

· “Lo sprezzo alla sventura è nel pensiero di chi vive contento” (Giobbe 12:5)
· “Il cuor contento è un convito perenne” (Proverbi 15:15)

· “Per conoscere se siete ubbidienti in ogni cosa” (2 Corinzi 2:9)

· “Facendosi ubbidienti fino alla morte, e alla morte della croce” (Filippesi 2:8)

· “Ricorda loro che siano ubbidienti” (Tito 3:1)
· “Si ricorda dell’ubbidienza di voi tutti” (2 Corinzi 7:15)

Questo, comunque, non vuol dire che in una chiesa tutte le critiche devono essere maligne e non implica neanche che i credenti non possono avere un motivo giusto per reclamare, ma vuol dire che quando tali problemi nascono, anziché permettere che si aggravino in segreto e in seguito vengono bisbigliati e commentati da altri, si svelino apertamente come ci insegna la Bibbia, “bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri” (Efesini 4:25).

Non possiamo fare nulla di meglio, dopo esserci riferiti alla parola del Signore, che citare sei punti preparati da Giovanni a Carlo Wesley:

1. Non ascolteremo e neanche ricercheremo volontariamente qualsiasi male concernente gli uni gli altri.

2. Se sentiremo dir male degli altri non saremo pronti a crederlo subito.

3. Comunicheremo a voce o per iscritto, al più presto possibile, alla persona implicata. Ciò che abbiamo sentito dire di lei, (magari dopo averne parlato con gli anziani a seconda sella gravità del fatto).

4. Finchè non avremo fatto questo, non scriveremo né riporteremo neanche una sillaba a qualsiasi altra persona.

5. Fatto questo, non ne parleremo con nessuno.

6. Non faremo alcuna eccezione a questa regola, salvo se obbligati per coscienza.

Che meraviglia sarebbe se ogni credente potesse fare un patto simile con il Signore, cercando sinceramente di camminare come un figlio di luce, in ubbidienza all’esortazione biblica: “fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute” (Filippesi 2:14).

Bisogna quindi continuare a considerare e a guardare alla comunità come proposta Divina.

La Chiesa è nata per essere una comunità e la vera comunità è il più spontaneo risultato di una vera “Agape” vissuta e realizzata pienamente. Dobbiamo assolutamente guardarci da quelle cause che possono determinare il lasciare la primiera carità (Apocalisse 2:4), non solo da parte del singolo, ma di una comunità che non è riuscita a portare avanti in, alcuni momenti, quell’impulso iniziale impresso dallo Spirito Santo inteso come quell’istanza comunitaria di cui si parla in Atti 2:42-47 e Atti 4:32-55.

Tali cause sono, quanto meno, tre e riguardano essenzialmente i rapporti interpersonali che possono essere:

1. Impostati su un piano troppo umano: quando non tutti i problemi trovano una soluzione a livello di fede.

2. Impostati su elementi troppo angelicamente spirituali: quindi risultano lontano da una realtà viva a livello pratico.

3. Impostati limitatamente ad un fatto puramente religioso: solo perché chiamati a vivere, per un fatto culturale, un momento della nostra esperienza, così come si è chiamati a vivere, con altri, momenti di esperienza di lavoro o di studio.

Il problema quindi è personale prima di essere comunitario e la “crisi” della comunità e crisi di carità.

Unico rimedio è incontrare Cristo nella Parola di Dio, letta e studiata e, condizione essenziale, accettata. Al di là è ipocrisia.

Solo così la comunità potrà essere unanimità, non come costante uniformità ad un pensiero ma come apertura costruttiva nel conoscersi, nell’accogliersi reciprocamente e nell’edificarsi, potrà vivere, come momento di vita comunitaria, la confessione (intesa nel giusto senso) quale segno di maturità, come momento di verifica della nostra coerenza e della nostra corporeità organica con Cristo, potrà realizzare la comunanza dei beni ad ogni livello di classicismo e di discriminazione.

Questa è la vera testimonianza di una vera Agape!

Questa è la vera testimonianza di una vera Comunità!

Questa è la vera testimonianza di una vera Fratellanza!

Questa è la vera testimonianza di una vera e chiara Cristianità!

Voglio terminare con due domande:

a) Apparteniamo ad una Comunità o ad una semplice associazione?

b) Sentiamo il desiderio di quanto premesso?

AD OGNUNO ED A TUTTI LA RISPOSTA.

Alla gloria di Dio.
Aniello Cucco

La Conversione di Charles Haddon Spurgeon


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spurgeon_lgA volte penso che avrei potuto rimanere fin qui nel buio e nella disperazione se non fosse stato per la bontà di Dio che una mattina inviò una tempesta di neve proprio mentre stavo andando al culto. Perciò decisi di girare per una stradina laterale e giunsi ad una piccola chiesa dei Primitive Methodists in grado di ospitare una quindicina di persone. Avevo già sentito parlare dei Primitive Methodists, del loro modo di cantare a squarciagola così da far venire il mal di testa; ma non mi importava. Io volevo solo sapere come è possibile essere salvato… Quel giorno, il pastore non era venuto; credo fosse rimasto bloccato dalla neve. Alla fine, un uomo molto magro, forse un calzolaio, un sarto o qualcosa del genere, si avviò verso il pulpito per predicare. È buona cosa che i predicatori siano istruiti perché quell’uomo era davvero molto semplice. Era obbligato ad attenersi al testo, per il semplice motivo che non era in grado di aggiungere altro. Il testo era: “RIGUARDATE A ME, VOI TUTTI DELLA TERRA E SIATE SALVATI” Non sapeva neanche pronunciare correttamente le parole. Ma non importava. In quel testo c’era per me un barlume di speranza. Poi il buon uomo continuò ad analizzare il testo in questo modo: “Guardate Me; la mia fronte è imperlata di un sudore di sangue. Guardate Me; sono appeso alla croce. Guardate Me, sono morto e sepolto. Guardate Me; sono risorto. Guardate Me; salgo al cielo. Guardate Me; siedo alla destra del Padre. Misero peccatore, guarda a Me! Guarda Me!”. Dopo essere riuscito… a far trascorrere circa dieci minuti in questo modo, era giunto alla fine del suo sapere. Poi guardò me che ero sotto la loggia e, siccome c’erano così poche persone, penso che si accorse subito che ero nuovo. Così, fissando i suoi occhi su di me, come se conoscesse tutto il mio cuore, disse: “Ragazzo, tu hai un aspetto miserabile”: Era vero, ma non ero mai stato abituato a sentire commenti sul mio aspetto personale pronunciati direttamente dal Pulpito. Tuttavia, era un colpo che aveva ben centrato l’obbiettivo. Continuò: “E tu sarai sempre miserabile, miserabile nella tua vita e miserabile nella morte, se non obbedisci al testo appena letto: ma se obbedisci ora, in questo momento, sarai salvato”. Poi alzando le mani, gridò come solo un Primitive Methodists avrebbe potuto fare “ragazzo, guarda a Gesù Cristo. Guarda! Guarda! Guarda! Non devi fare altro che guardare e vivrai!”. Intravidi subito di dover fare chissà quante cose, ma quando ascoltai quella parola: “Guarda”, mi sembrò così affascinante. Oh! Guardai, guardai tanto fin quasi a consumarmi gli occhi. In quel momento le nuvole scomparvero, l’oscurità si allontanò e il sole mi apparve, avrei potuto alzarmi e cantare con il più entusiasta di loro sul prezioso sangue di Cristo e sulla fede semplice che induce a guardare solo a Lui. Oh, se qualcuno mi avesse detto prima: “Credi in Cristo e sarai salvato”. Non potrò mai dimenticare quel giorno felice in cui trovai il Signore ed imparai ad aggrapparmi ai Suoi piedi adorabili… Ascoltai la Parola di Dio e quel testo prezioso mi condusse alla croce di Cristo. Posso testimoniare che la gioia di quel giorno era assolutamente indescrivibile, Avrei potuto saltare, avrei potuto ballare; nessuna espressione, per invasata che fosse, avrebbe potuto essere fuori luogo rispetto alla gioia di quell’ora. Da allora è trascorso un lungo tempo nel cammino cristiano ma, dopo quel giorno, non ho mai più realizzato un’euforia così completa e una gioia così raggiante. Pensavo che avrei potuto saltare dal posto in cui sedevo ed urlare con il più scatenato di quei fratelli metodisti… “Sono stato perdonato! Sono stato perdonato! Che monumento alla grazia! Un peccatore salvato dal sangue di Cristo!” Il mio spirito vide le catene cadere in mille pezzi, sentii di essere un’anima liberata, un erede del cielo, mi sentii perdonato, accettato in Cristo Gesù, strappato dal pantano fangoso e dall’orribile abisso, con i piedi sulla roccia e l’andatura certa… Tra le dieci e mezza, ora in cui ero entrato nella chiesa, e le dodici e mezza, quando ritornai a casa, si era realizzato in me un radicale cambiamento! Per aver semplicemente guardato a Gesù ero libero dalla disperazione e trasportato in un meraviglioso stato di gioia. “Dev’esserti accaduto qualcosa di meraviglioso”, esclamarono i miei familiari quando mi videro così. Oh! quanta gioia ci fu nella mia famiglia quel giorno, quando raccontai l’accaduto e quando tutti seppero che il figlio maggiore aveva trovato il Salvatore e sapeva di essere stato perdonato.
Trascritta da La Manna Francesco

La terra di Palestina appartiene per diritto agli Ebrei o ai Palestinesi attuali?


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pace-israele-palestina«Dio si ricorda in eterno del Suo patto, e per mille generazioni della parola da Lui comandata, del patto che fece con Abramo e del Suo giuramento che fece a Isacco, che confermò a Giacobbe come Suo statuto e a Israele come un patto eterno, dicendo: “Io ti darò il paese di Canaan come porzione della vostra eredità”» (Salmi 105:8-11).
Facciamo una premessa.
Come credenti, abbiamo la Bibbia come principale fonte degna di fiducia anche per la storia e la geografia che riguardano il popolo di Dio, per cui anche per questo tema possiamo tranquillamente attenerci da quello che è riportato nelle Sacre Scritture.

Come sappiamo, dai tre figli di Noè sono venute tutte le razze umane e tutti i popoli della terra.
I primi occupanti della terra d’Israele sono stati i discendenti di Sem e i discendenti di Cam, alternandosi e anche convivendo nel tempo intercorso tra la dispersione dovuta alla confusione delle lingue e la conquista da parte degli Ebrei.
Quando per ordine di Dio si è incominciato a documentare la storia e le origini di Israele, vi abitavano diversi gruppi denominati genericamente “Cananei”.

In seguito, al tempo di Mosè, oltre a i Cananei vi erano i Filistei (da cui prende il nome geografico di Palestina), e si presume che questi venivano da Creta e dalle zone dell’Egeo.
Dai fatti riportati nei libri dei Re e delle Cronache, vediamo che sia i Cananei che i Filistei non hanno mai formato una nazione a se stante, al massimo in alcune occasioni, per motivi militari, hanno formato coalizioni di “città stato”, che alla fine dei vari conflitti ritornavano alla loro originaria condizione.

Poi, per volontà di Dio e secondo la Sua promessa fatta al Suo amico Abramo, i discendenti di Giacobbe, suo nipote, usciti e liberati dalla schiavitù d’Egitto, hanno occupato quelle terre, dietro la guida di Giosuè, formandosi come nazione.
A parte l’esilio babilonese, quella terra è stata sempre abitata dalla discendenza di Abramo sino alla famosa presa e distruzione di Gerusalemme da parte del generale romano Tito.
Costui, e altri imperatori romani dopo di lui hanno obbligato gli Ebrei all’allontanamento dalla Palestina, dando inizio così alla Diaspora.

Il bando dalla terra d’Israele è riuscito in parte, perché, seppur di numero sporadico, gli ebrei hanno continuato ad abitare in quella zona, non riuscendo però ad organizzarsi politicamente e militarmente, tant’è vero che al tempo delle guerre islamiche quella zona è stata facilmente sottomessa dai discendenti di Maometto con la conseguente occupazione araba.
L’occupazione araba (includendo quella Ottomana-Turca), tranne una piccola parentesi al tempo delle Crociate, è perdurata sino alla occupazione inglese.
Gli Inglesi, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno voluto cedere quella striscia di terra per la nascita dell’attuale Stato d’Israele.

Questa iniziativa è stata, ed è tutt’ora, contrastata dagli stati arabi confinanti, aizzando le poche persone arabe rimaste in quelle terre con la rivendicazione di una fattispecie Nazione Palestinese che non è mai esistita.
E’ chiaro che, in relazione ad avvenimenti attuali che riguardano lo stato d’Israele e lo status dei Palestinesi, per scarca documentazione storica e biblica, si è propensi a definire gli Ebrei come intrusi, ma la massima autorità per giudicare, anche in queste cose, è Dio.
Lui ha già giudicato e stabilito a chi dovrebbero appartenere quelle terre.
Nel Salmo 24:1 sta scritto: “Al Signore appartiene la terra e tutto ciò che è in essa, il mondo e i suoi abitanti”.

Riassumendo, possiamo dire che, oltre alla certezza della volontà di Dio, i motivi per l’appartenenza ad Israele sono:
– che i popoli originali che abitavano quella terra non esistono più e che, quindi, l’unico popolo che può rivendicarne l’appartenenza è il popolo d’Israele;
– che l’attuale gente araba, chiamati palestinesi, sono appunto arabi e sono venuti dopo Israele;
– che alla nascita della moderna Nazione Israele non esisteva (come tutt’ora) la Nazione o lo Stato di Palestina ed era terra occupata dagli inglesi.

Nell’occasione si vuole precisare che non siamo compiacenti per il fatto che i Palestinesi non debbono avere una terra o formare uno stato, o debbono continuare e vivere in una situazione critica e bellicosa come quella attuale.
Purtroppo, con la condizione del peccato, gli uomini, nel corso dei secoli, hanno spesse volte occupato le terre altrui con le guerre, ma sappiamo che Dio è sovrano e gestisce anche le situazioni politiche e geografiche mondiali, per cui possiamo, anche nel caso della Palestina, rimetterci alla Sua giusta e sovrana autorità.

Fonte: http://www.incontraregesu.it/


khiria-cristiana-iraq-profughi-stato-islamico

khiria-cristiana-iraq-profughi-stato-islamicoA 54 anni, la donna è stata presa a Qaraqosh (Iraq), detenuta per 10 giorni, frustata a ripetizione. «Sono nata cristiana e preferisco morire cristiana» ha detto, anche quando aveva una spada alla gola. 

«Sono nata cristiana e se per questo dovrò morire, preferisco morire cristiana». Così Khiria Al-Kas Isaac (foto a fianco), 54 anni, cristiana irachena di Qaraqosh, fuggita dallo Stato islamico in Kurdistan, ha risposto agli islamisti che imprigionandola, frustandola e premendola una spada sulla gola le imponevano di convertirsi all’islam.

ARRIVANO I JIHADISTI. La donna e il marito Mufeed Wadee’ Tobiya si sono ritrovati la mattina del 7 agosto in una città improvvisamente conquistata dai jihadisti. Fin da subito, i miliziani l’hanno minacciata così: «Convertiti all’islam o sarai decapitata», racconta il Catholic Herald. Essendosi rifiutata, insieme ad altre 46 donna è stata presa, separata dalla sua famiglia e imprigionata per dieci giorni.

FRUSTATE E MINACCE. Durante la segregazione, le donne venivano ripetutamente frustate davanti a tutte le altre perché la sofferenza di una convincesse tutte a convertirsi. «Ho risposto loro immediatamente che preferivo morire cristiana e poi ho citato il Vangelo di san Matteo (10,33). Gesù disse: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”». Durante le frustate, «piangevamo tutte ma tutte ci siamo rifiutate di convertirci».

«FELICE DI ESSERE UNA MARTIRE». Un giorno un terrorista, frustandola, disse a Khiria: «Convertiti o ti farò ancora più male». Ma lei gli ha risposto: «Sono una donna vecchia e malata. Non ho figlie o figli che possano incrementare il numero dei musulmani o seguirvi, che vantaggio ne avrete se mi convertirò?». Non ottenne risposta. Ma l’ultimo giorno «un terrorista mi ha premuto la spada sul collo davanti a tutte le altre e mi ha detto: “Convertiti o sarai decapitata”. Io gli ho risposto: “Sarò felice di essere una martire”».

DERUBATA DI TUTTO. Dopo aver dato l’ennesima testimonianza della propria fede, Khiria è stata derubata di tutto quello che aveva, compresi i soldi messi da parte per un’operazione al rene, e rilasciata. Il 4 settembre, alla donna è stato permesso di scappare e ha così potuto raggiungere gli altri sfollati cristiani ad Ankawa insieme al marito e due altre donne. Il giorno successivo, altre 14 persone sono state rilasciate. Non è chiaro cosa sia successo agli altri cristiani.

Leone Grotti

Tratto da: http://www.tempi.it/

Iraq: nascono dieci Cristiane clandestine nei campi


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mir20140911_2Lo Spirito Santo è in azione e 10 Chiese sono nate nei campi in Iraq attraverso i Santi che lavorano li.

“Essi hanno chiesto se Dio esistesse davvero per quello che sta permettendo che accada. E’ stato molto difficile, ma il Signore ci ha dato la grazia ai loro occhi di rappresentare Gesù e l’amore dell’Opera, che abbiamo mostrato, è stato meravigliosamente accettato fra i Yazidis. Ci hanno chiesto di ritornare e di portare in segreto loro le Bibbie”.

Nell’area curda dell’Iraq, dove le persone di diversi credi si sono rifugiati dalle atrocità dello Stato Islamico ISIS, il team di lavoro ministeriale iracheno sostenuto da Christian Aid Mission ha trovato persone che avevano bisogno di acqua, cibo e medicine. (Christian Aid Worker)

Fatima, una donna irachena che era fuggita dalle atrocità commesse dallo Stato Islamico, fu attirata dal suono del canto in una tenda in un campo di rifugio a Douk, nella regione kurda dell’Iraq. Ella si avvicinò cautamente. Nel momento in cui il servizio terminò alle 4 del mattino, ella si trovava pronta ad abbracciare Gesù come salvatore e ha chiesto se avesse potuto portare la famiglia e degli amici il prossimo incontro. Fatima, suo marito e tre figlie misero il loro credo in Gesù per la loro salvezza, e in poche settimane il suo coinvolgimento portò a circa 60 famiglie compiere lo stesso passo.

Dieci Chiese stanno sorgendo dapperttutto, ha detto il ministro leader La scorsa settimana 68 famiglie apertamente hanno arreso la loro vita al Signore. Con tutti i grandi bisogni e le situazioni difficili attraverso le quali stanno andando incontro, essi ringraziano Dio perchè Gesù vive dentro di loro. Dodici di queste famiglie erano musulmane. In più, 200 bambini che hanno ricevuto Bibbie e materiale da colorare hanno pregato per accettare Gesù nel loro cuore

For more information on indigenous Iraqi ministries, visit ChristianAid.org or see #HelpLocalIraq on Twitter.

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[Notizievangeliche.com – Trad. Gabriele Paolini]

La croce è un simbolo santo.


aarthi-vijayasarathy.gifLe cose più sante senza significato

Un simbolo molto importante per molti ha perso il suo significato

Ogni religione, ogni ideologia ha il suo simbolo visuale che illustra una caratteristica significativa della sua storia e dei suoi credi. Il fiore di loto, per esempio, usato nell’antichità da cinesi, egiziani e indiani, ora è particolarmente associato al buddismo. A causa della sua forma simile a una ruota, si pensi che rappresenti sia il ciclo della nascita e della morte, sia l’emersione della bellezza e dell’armonia delle acque fangose del caos. Qualche volta Budda è raffigurato seduto su un loto completamente aperto, come su un trono.

Il giudaismo antico evitava i segni e i simboli visuali per timore di infrangere il secondo comandamento, che proibiva di costruirsi delle immagini. Ma il giudaismo moderno usa il cosiddetto scudo o stella di Davide, un esagramma formato dalla combinazione di due triangoli equilateri. Il simbolo ricorda il patto di Dio con Davide, secondo cui il suo trono sarebbe stato stabilito per sempre e da lui sarebbe disceso il messia.

L’Islam, l’altra fede monoteista che sorse nel Medio Oriente, è simboleggiato, almeno in Asia occidentale, da una mezzaluna. Originariamente la rappresentazione della luna era già, a Bisanzio, il simbolo della monarchia prima della conquista musulmana.

Il simbolo dei primi cristiani

Quindi il cristianesimo non fa eccezione nell’avere un simbolo visuale; tuttavia la croce non fu il simbolo più antico. A causa delle feroci accuse dirette contro i cristiani e delle persecuzioni a cui furono esposti, essi furono costretti ad essere molto cauti a non ostentare la loro religione.

Quindi la croce, come simbolo universale del cristianesimo, all’inizio fu evitata non solo per la diretta associazione con Cristo, ma anche per la vergognosa associazione con l’esecuzione di un criminale comune.

Perciò sulle pareti e sui soffitti delle catacombe (luoghi di sepoltura sotterranei fuori Roma, dove i primi cristiani perseguitati probabilmente si nascondevano), le figure simboliche dominanti sembra siano state delle rappresentazioni pittoriche non impegnative di un pavone (che si supponeva simboleggiasse l’immortalità), di una colomba, di un ramo di palma simbolo della vittoria dell’atleta o, in particolare, di un pesce.

Solo gli iniziati avrebbero saputo, e nessun altro avrebbe potuto indovinare, che ichthys (pesce) era un acronimo di Iesus Christos Huios Soter (Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore).

Ma il pesce non rimase il simbolo cristiano, indubbiamente perché l’associazione tra Gesù e il pesce era dovuta unicamente a un acronimo (combinazione causale di lettere), ma non aveva nessun significato visibile.

Il fatto che in seguito i cristiani scegliessero la croce come simbolo della loro fede, è sorprendente se ricordiamo l’orrore col quale la crocifissione era considerata nel mondo antico.

Possiamo capire perché “il messaggio della croce” di Paolo era per molti dei suoi ascoltatori “scandalo”, persino “pazzia” (1 Cor. 1:18,23).

Come poteva una persona sensata adorare al pari di un dio un uomo morto che era stato giustamente condannato perché criminale e sottoposto alla più umiliante forma di esecuzione?

I romani consideravano con orrore la crocifissione e lo stesso orrore provavano i giudei, anche se per una ragione diversa. Essi non facevano distinzione tra un “albero” e una “croce” e quindi tra un’impiccagione e una crocifissione. Applicavano automaticamente ai criminali crocifissi la terribile affermazione della legge «Colui che è appeso al legno è maledetto da Dio» (Deuteronomio 21:23).

Quindi i nemici della cristianità sia romani che giudei, non perdevano occasione per mettere in ridicolo il fatto che l’unto di Dio e Salvatore dell’uomo, era morto sulla croce. L’idea era assurda.

Un sacro simbolo

Ma la croce, che il cittadino romano riteneva oggetto di vergogna, disonore e persino disgusto per l’apostolo Paolo divenne il suo orgoglio, il suo vanto e la sua gloria. La croce fu centrale negli affetti, nella predicazione e nell’esperienza degli apostoli che avevano compreso cosa significa crocifiggere il proprio io e vivere una vita di discepolato all’ombra della croce. La croce era centrale nel cuore e nei pensieri dei primi cristiani, molti dei quali sotto le feroci persecuzioni subirono il martirio e lo è ancora oggi per credenti di tutto il mondo che hanno fatto di Gesù Cristo, nel vero senso della parola, il loro Salvatore e Signore. La croce è centrale nell’alto dei cieli e lo sarà quando gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazioni si prostreranno davanti all’Agnello che «…che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il Suo Sangue» (Apocalisse 1:5).

Purtroppo nel mondo di oggi la croce ha perso il suo meraviglioso significato come simbolo sacro del sacrificio di Cristo per i peccatori perduti. Viene diffamata e schernita, abolita con delle nuove leggi, esibita come costoso e scintillante gioiello su vertiginose scollature ed è simbolo di società segrete e di sette sataniche.

E’ disgustoso vedere a quali livelli un simbolo così santo venga dissacrato. I credenti devono ribellarsi a questo con tutte le loro forze.

La croce è il simbolo dell’amore e della santità di Dio, delle sofferenze e della morte di Cristo, diventando simili a Lui nella sua morte.

La croce è un simbolo santo.

“…parole di un disperato…” (Giobbe 6:26)


10154818_364785063663943_707398523_nTristezza, depressione e perdita della speranza hanno tutti la stessa radice: un’obiettivo irrealizzabile. I nostri sogni e desideri sono infranti, allora inevitabilmente siamo disperati. Ognuno di noi, in qualche momento della sua vita, sperimenterà una perdita, e a quel punto saremo esposti alla depressione e alla disperazione, come se ci venisse strappato via qualcosa di caro. L’esperienza di una perdita potrebbe, tuttavia, segnare l’inizio di un capitolo totalmente nuovo nella vita di una persona, se la conduce a rendersi conto che aveva riposto la sua fiducia nelle cose sbagliate invece di affidarsi a Dio. Grazie a Dio quando le cose senza speranza falliscono! Non erano affatto destinate a soddisfarci in alcun modo. Nel momento in cui le tempeste della vita ci colpiscono, tutte le nostre false fondamenta verranno alla luce e si infrangeranno. Capite il perché delle varie tempeste, perdite e prove? Esse sono permesse e anche volute e usate da Dio per farci distogliere lo sguardo dalle altre cose per volgerlo poi a Lui solo; affinché la nostra speranza sia una sola: Cristo Gesù; affinché la felicità e la gioia sia trovata solo nel Signore Dio vostro. Per noi è un male ma per Dio è un sommo bene. Purtroppo ci allontaniamo dal Signore e andiamo contro la Sua volontà per cercare poi la soddisfazione in cose al di fuori di Dio. Preferiamo sperimentare livelli di gioia e di soddisfazione così bassi anziché in Gesù. Alla fine, dimostriamo che, in realtà, Gesù NON È IL TUTTO PER LA NOSTRA VITA.
Giobbe. Anche lui non trovò più nessuna speranza, eppure all’inizio dimostrò di essere fermo nella fede. Giobbe viveva in pace e dopo si disperò perché si affidò a questa pace esteriore. Guardate cos’altro mette in evidenza il nostro caro Giobbe: “Ora, purtroppo, Dio mi ha ridotto senza FORZE, ha desolato tutta la mia CASA; “…i disegni CARI al mio cuore, sono distrutti” (16:7; 17:11). Giobbe ha dimostrato di trovare pace, gioia e speranza in tutt’altro che in Dio, e ve lo posso dimostrare con un’altra sua domanda che si pose: “Dov’è dunque la mia speranza?” (Giobbe 17:15). Egli parla delle proprie forze e della sua pazienza dicendo ancora: “Che è mai la mia forza perché io speri ancora? Che fine mi aspetta perché io sia paziente?” (6:11), e delle sue mani e preghiera sempre pure: “Eppure le mie mani non commisero mai violenza e la mia preghiera fu sempre pura” (16:17), ed è come se avesse pensato che le benedizioni di Dio siano meritate, che per la sua sola forza potesse affrontare qualunque circostanza e lotta.
Chiariamo subito una cosa, LE BENEDIZIONI DI DIO NON SONO IL RISULTATO O LA CONSEGUENZA DEL NOSTRO MERITO. Non devi fare un qualcosa per essere ricompensato ma la fai solo per soddisfare Dio e glorificarLo, punto. Dio può benissimo darti……..
nulla! Il tuo dovere e la tua gioia dev’essere sempre e solo quello di ubbidire alla Sua parola, di vivere per la Sua gloria, di svolgere il tuo compito, che ti è stato affidato e non di tua sola iniziativa, senza aspettarti qualcosa da Dio; altrimenti ciò che ricevi non è più per grazia. Non provarci neanche a citare versi strumentalizzando la Sua parola per i tuoi propri interessi e per far prevalere le tue ragioni. Riprendendo, può comunque essere che Giobbe espresse tutte queste parole, anche di orgoglio, proprio a causa dei suoi amici. E ci deve far riflettere, ancora una volta, di quanto è pericoloso creare una dottrina nostra personale, fatta di pezzi di verità, una dottrina che suona bene, che sembra corretta ma che, in realtà, non è assolutamente secondo la Sua parola divina. Non è affatto vero che che il bene giunge nella vita di chi cammina bene e il male nella vita di chi cammina male. Nel caso di Giobbe, terribili mali sono arrivati nella sua vita, ma NON causati da alcun peccato da lui commesso. Di conseguenza, Giobbe è stato traviato da certi discorsi dei suoi amici ed ha cominciato a guardarsi attorno e a sé stesso. Giobbe ci insegna un’altra cosa: che le parole di un disperato sono portate via dal vento non arrivando mai a Dio, anche perché Dio non ascolta le parole di chi non pone la propria speranza in Lui.
“e costoro pretendono che la notte sia giorno,
che la luce sia vicina, quando tutto è buio!” (17:12)
Non è vero che tutto è buio. Per il Signore “…la notte per te è chiara come il giorno;
le tenebre e la luce ti sono uguali.” (Salmo 139:12), ed anche per te potrà essere la stessa cosa. Come? Con il dono perfetto che ti ha donato: la fede.
Quando sei nella debolezza, ringraziaLo tante volte, perché la Sua potenza si perfeziona nella nostra debolezza (2 Corinzi 12:9). Il Signore dà forza a chi è stanco (Isaia 40:29-31).
Volgi sempre e solo lo sguardo a Cristo, e sia Lui il tutto per te.